1. Adamo.

Le relazioni non esistono.

Morte, sepolte, spazzate via come un filo di fumo dal vento o, come gli piaceva di più pensare, come una pozza di vomito da un marciapiede in centro. Grattate via a forza, il prima possibile, prima che si potesse vedere, sentire. Prima che qualcuno se ne accorgesse.

Le relazioni erano un qualcosa appartenente ad un passato nemmeno troppo lontano, ma pur sempre passato; un qualcosa di cui qualcuno ancora parla, nostalgico, ma poi si ravvede, manda giù un goccio, rutta e torna a casa.

Poveri stronzi.

Non capivano.

Le relazioni erano scomparse piano piano, con il passare degli anni, dei mesi, dei giorni e perfino delle ore. Avevano resistito, continuando ostinate a nascere, formarsi e diffondersi.

Salvo poi tremare e spezzarsi, fino a sparire.

Molto spesso duravano il tempo di una scopata, qualche volta solo il tempo di un orgasmo, vero o finto che fosse, magari soppresso dietro un braccio in qualche cesso, durante un turno di lavoro; nascosto dietro una mano durante un gioco complice con un collega con cui non si parla mai.

Il tempo di venire e poi andarsene.

Il tempo di ricomporsi, di tirarsi su le mutandine bagnate da giochi innocenti, iniziati a sguardi o a messaggi; poi le vampate, il tremolio dell'incontrarsi, buttare giù un po' d'alcol e stare al gioco.

Andiamo a casa mia o da te? Ho la macchina qui dietro, conosco un posto. Finisci il tuo drink che andiamo.

Il problema di fondo è che tutti, oggi, possono tutto. Fare tutto. Dire tutto. Pensare tutto. Non che fosse un male, ma era proprio questo il nocciolo. Il cuore del problema. Quando tutti possono tutto allora non c'è limite e se non c'è limite allora non c'è nessun confine, niente inizia e niente finisce, semplicemente tutto esiste. Nello stesso momento, nello stesso luogo. Un unico e solo ammasso di emozioni, possibilità, pensieri, legami, corpi e fluidi. Un unico corpo, con la forma di milioni, che agiva sotto un'unica spinta: quella della realizzazione del singolo. Del singolo in quanto individuo e in quanto momento.

Ecco, se la relazione tra due persone poteva, in qualche modo nascere e resistere per qualche tempo, era solo per quel tempo utile e necessario ai due singoli per la propria realizzazione, o almeno realizzare quel qualcosa in quel momento che solo l'unione poteva far nascere. Che fosse un bisogno, una voglia di nuovo, una disposizione d'animo, non importava, tanto sarebbe passato, cambiato.

Le strade proseguivano unite, quasi sovrapposte, per un certo periodo e poi... basta. Semplicemente basta.

Come due binari non perfettamente paralleli, avrebbero potuto viaggiare sempre più vicini, fino a unirsi e sovrapporsi, condividendo chilometri di strada, fino a quando, inevitabilmente, anche quella piccola differenza li avrebbe costretti, un giorno, a separarsi, ognuno per la propria strada, ognuno per sé.

A tutto questo pensava Adamo, mentre scopava da dietro una liceale di un merdosissimo paese di provincia di cui non voleva nemmeno ricordare il nome.

L'aveva vista entrare in quel locale in cui gli piaceva passare le serate "in paranoia" come quella, mentre solitario al bancone sorseggiava un qualche intruglio, con ghiaccio grazie, altrimenti si scalda e non scende un cazzo.

L'aveva vista subito, in compagnia di un'amica sparita poco dopo sotto il corpo di qualcun altro, poco più in la.

Le aveva lanciato uno sguardo, non troppo impegnato, sia chiaro, quasi un se ci stai mi piaci, altrimenti vaffanculo.

Lei, chiaramente, ci stava.

L'aveva osservata ordinare disinvolta il suo drink, pagare e buttare giù il primo sorso senza smettere di sorridere. La gonna corta, la scarpa alta, il trucco pesante e l'aria leggera. Troppo e troppo poco insieme. Tutto estremamente funzionale al gioco a cui entrambi partecipavano.

Ora la guardava da dietro, mentre si appoggiava al muro sordido di quel cesso lurido, nell'angolo più esterno di quel locale che non aveva nemmeno un nome. La luce fioca illuminava appena lo spazio minuscolo, fatto per una persona, o due molto attaccate. Sui muri le solite scritte, qualche chewing-gum e il sesso di altri prima di loro. La scopava senza nemmeno pensarci, ma la guardava come se fosse la scena di altri. Le mutandine strappate ancora prima di varcare la porta e un profilattico indossato ancora prima del primo bacio. La pelle sudata e tatuata della parte bassa della schiena, dove ci sono quelle due fossette poco sopra le natiche, vibrava sotto i colpi e i movimenti dei corpi. La sentiva bagnata e scivolosa. Questo si, lo eccitava parecchio.

La guardava e non poteva smettere di pensare che lei stessa voleva essere precisamente in quel punto, in quel momento, in quella posizione, con la faccia schiacciata contro le mattonelle fredde e sporche, i capelli nella mano di lui e le sue a spingerle il corpo indietro, per sentirlo sempre più dentro. L'aveva pianificato, cazzo. Cazzo se lo voleva.

Se qualche dubbio si fosse anche solo affacciato alla mente di lui, lei subito, come per una forma di muta intesa, glielo spazzava via all'istante, smettendo di gemere solo il tempo di dire scopami più forte cazzo. Oppure ancora: ti decidi a ficcarmelo dentro o devo farti vedere come si fa con il dildo che ho in borsa? Mi è arrivato oggi tramite ebay ed e' ancora ruvido. Poi tornava a mordersi le labbra, quando il suo seno era di nuovo nella mano di lui e il collo le faceva male per la posizione.

Le relazioni, quelle vere, erano scomparse.

Sparite per sempre in un sciacquone di cazzate, avvolte e nascoste in mille strati di altre priorità. Così le chiamavano.

Le relazioni erano finite dritte nel buco del cesso, senza lasciare nemmeno una cazzo di strisciata ad indicare che, almeno per un attimo, fossero passate di lì. Niente, zero. Centro pieno e via. Giù nel profondo di quel cesso che si ritrovava la gente al posto di un cuore.

- Girati, bella. - Ehi, io ho un nome, stronzo. - Cazzo, come facevi a conoscere il mio? Girati ora, che sto per venire.

Adamo guardava il soffitto.

Il suo sguardo era fissato su una macchia scura in un angolo della grande lampada al neon che a pochi centimetri dalla sua testa gli illuminava gli occhi nerissimi, la fronte sudata e i lunghi capelli attaccati al viso, alle guance rosse, alle labbra. Poteva vedere ogni singolo dettaglio del minuscolo spazio in cui erano: le bruciature degli accendini, le scritte con i pennarelli, i pezzi di carta igienica in un angolo, i segni dei tanti prima di loro.

La calda bocca che gli dava piacere quasi lo distraeva.

Lei si alzò  dopo quella che gli sembrò  mezzora, si aprì la camicetta indossata per mamma e papa e si appoggiò  al muro, alzandosi la corta gonna e sorridendo in modo beffardo. Che dici, ce la fai ancora bello? Dai concludiamo, che la mia amica ha finito da un pezzo e c'è quel locale nuovo in città.

La cosa durò  per altri cinque minuti, ognuno perso nei propri pensieri.

Quando riempì il profilattico dentro di lei, stava fissando quello usato poco prima, laggiù nell'angolo, sopra quel mucchio di carta igienica. Si rivestì in silenzio. Aspettò che finisse anche lei e poi uscirono insieme, come perfetti sconosciuti.

Ehi ti sei dimenticata le mutandine. Lo so ma tranquillo, ne ho altre. Allora ciao. Ciao... Ah senti... Che c'è ora? Non mi hai detto come ti chiami.

Lei sorrise, quasi fosse una domanda senza senso.

Cosa ti fa pensare che un nome faccia differenza? Potrei dirtene uno a caso e allora cosa? Lo ripeteresti mille volte stasera mentre mi pensi durante una doccia più lunga del solito? No, ma che cazzo... era per sapere. Va bene non fa niente, ciao bella.

Lei rise ancora e poi per un attimo il riso beffardo diventò  quasi un sorriso, quasi un'espressione di interesse. Quasi quella domanda non fosse qualcosa di atteso o, comunque, necessario. Poi mosse la bocca per dire...

Il mio nome lo trovi ricamato sulle mie mutandine.

La osservò ancora una volta, mentre se ne andava, da dietro. La seguì per qualche secondo, fino al suo posto, al bancone del bar. La vide mandar giù il liquore freddo lasciato poco prima. Gli sembrò quasi che fosse più per sciacquare la bocca, come per cancellare il sapore di poco prima. Ma forse...aveva visto male.

Ordinò un drink che bevve in un sorso, poi tornò verso il bagno con il liquido che ancora gli scendeva in gola, sentendosi quasi un estraneo in un corpo nemmeno suo. Gli sembrava di essere un corpo vuoto.

Si chinò a raccogliere le mutandine rosse, bagnate e strappate lasciate in un angolo. Sul bordo destro, a caratteri blu, c'era scritto un nome.

Letizia.

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