2. Letizia.

Letizia era studentessa fuori e puttana dentro.

Frequentava il primo anno universitario della facoltà di Legge. Un compito ingrato che si era assunta più per immagine che per vocazione.

Certo, c'era anche la gratitudine di papà, che già la vedeva in aula a difendere questa o quella causa. Quello che non vedeva era la figlia piegata su qualche materasso ruvido, presa da dietro dal cliente di turno. Per ben altre cause, si intende.

La giornata tipo di Letizia cominciava con una sana colazione, cereali e frutta. Voleva mantenersi in forma e in salute, per dimostrare in pieno la sua giovane età o, come le veniva chiesto talvolta, anche qualche anno di meno. Dopo colazione, si vestiva per passare inosservata tra le stanze di casa, salvo poi apparire in tutta la sua giovinezza.

Stipati nello zaino, tra libri, un paio di quaderni e un notebook, Letizia si premurava di nascondere una minigonna e una camicetta, così tanto simili a quelle indossate dalle sue "colleghe" universitarie d'oltre oceano.

I lunghi capelli castano chiaro, gli occhi verdi e un'aria sbarazzina non la facevano di certo passare inosservata. Ma era il sorriso, o meglio, quella piccola increspatura in un angolo della bocca che le donava quell'aria strafottente e attirava gli uomini. Certo, anche le lunghe gambe accuratamente messe in mostra facevano la loro parte.

Bocca o altro? Facciamo altro che oggi ho un herpes... Va bene, girati allora.

A Letizia piaceva farsi fare.

Piaceva farsi prendere le spalle e girare verso il muro del bagno delle aule universitarie; piaceva sentire le mani di lui alzarle la gonna e un attimo dopo accarezzarle i glutei e le gambe, giocare un po' con le mutandine e poi sentirle tirare verso il basso, a volte d'improvviso, altre lentamente; piaceva sentirsi allargare le gambe e sentirsi dire di usare le mani per tenersi aperta. Le piaceva anche sentire l'umido caldo della bocca di lui, frugarle dentro fino a farla eccitare. Quando alla fine lo sentiva entrare, chiudeva gli occhi e faceva comparire quel mezzo sorriso, mentre col corpo assecondava i movimenti di lui e con la mente pensava a tutt'altro. 

Che voto ti serve, ragazzina? Disse lui sistemandosi i pantaloni. Che domande, direi un bel trenta, no? Mmm... si posso dartelo... ma tu vedi di preparare almeno qualcosa, siamo intesi? Io ho già dato, ora sta a Lei. Arrivederci prof.

Letizia non aveva un ragazzo fisso. Ci aveva provato, certo, quando qualche anno prima aveva scoperto le strane emozioni di cui era stata preda. Più tardi aveva scoperto che avevano anche un nome: amore. Era convinta di averlo conosciuto, l'Amore, quando si mise con quel ragazzo di qualche anno più vecchio di lei, ad una festa di compleanno di una sua amica. Sembrava perfino che lui ricambiasse e per un po' di tempo c'era stata intesa, complicità, scambio e quel fare l'amore appena possibile, in ogni dove, nascosti nell'ombra della macchina di lui, o nel grande letto dei genitori di lei.

Aveva retto poche settimane. Poi quei sentimenti che tanto l'avevano resa viva e raggiante si erano affievoliti, sopraffatti da una monotonia incessante, da una noiosa routine che non aveva brecce in cui infilarsi per romperla. Ad appena vent'anni aveva conosciuto il grigiore di quella zona intermedia che non è niente di preciso. Quando si sta con una persona mentre si vorrebbe essere altrove, in un qualsiasi altro posto che non sia li e in quel momento.

Poi quegli stessi sentimenti erano ricomparsi. Per un'altra persona. Cosi come erano scomparsi di nuovo.

Letizia ci aveva provato, a crederci, ad amare. Poi si era stufata.

Molto meglio il sesso, specialmente quello che pagava.

Sentirsi presa da qualcuno e allo stesso tempo essere di nessuno la faceva sentire libera. Viva.

Decidere come, quando e con chi stare, le dava un senso di assenza di confini che la inebriava di quel sapore euforico che dà solo la vera libertà. Poteva fare tutto o almeno così si sentiva. Poteva prendere solo il bello di una relazione e interrompere non appena quella relazione avesse presentato il conto.

Brividi, piacere, eccitazione, euforia venivano accolti e bevuti fino a sazietà, fino ad inebriarsi di sensazioni per poi sparire dietro una espressione di soddisfazione. Sentire l'odore di lui, chiunque fosse, mentre le stringeva i seni e i capezzoli in uno spasimo di piacere, mentre le mordeva il collo fino a sentirla pulsare, mentre si bagnava di lei fino a non sentire nient'altro. Vedere il controllo su di lui passare attraverso il suo corpo, saperlo suo per tutta la durata di quell'istante. Essere sua per un attimo. Non poteva farne a meno.

Poi basta, ognuno alle proprie vite di prima, quelle fatte di interessi e scopi da raggiungere. Dietro quella porta del bagno, della macchina o di casa di lui, lasciava chiuso tutto il resto. Tutti i compromessi e gli impegni, le promesse e le fatiche che tanta gente ancora sopportava pur di avere una relazione.

Le relazioni.

Fanculo le relazioni, chi cazzo ne ha bisogno?

A questo pensava Letizia, una mattina mentre andava in classe.

La sera prima aveva conosciuto un tale in quel locale in città. Le venne da ridere al pensiero. Le aveva perfino chiesto il nome... Solo dopo si intende, non prima di esserle venuto addosso. Tuttavia era qualcosa che non succedeva spesso, non in quel modo, non con quello sguardo. Forse quello sguardo era diverso.

Scacciò quel frivolo pensiero ravvivandosi i capelli. Accelerò il passo e proseguì per la sua strada. Doveva prima fare una tappa.

Studiare all'università, specialmente se non per un vero interesse, richiedeva tempo ed energie. Quel tempo che lei non aveva e quelle energie che dedicava ad altro. Doveva quindi provvedere ad aiutarsi in qualche modo.

Il condominio sembrava abbandonato. Non aveva finestre e l'intonaco era completamente sbiadito. Lungo l'intera struttura comparivano chiazze che lasciavano intravedere i mattoni sottostanti, esposti da tempo. L'edificio era circondato da una rete rossa, usata per i lavori stradali, a cui era stato appeso un cartello che diceva: non oltrepassare, struttura instabile. Letizia si guardò intorno, poi passò attraverso uno squarcio nella rete, fatto apposta da qualcuno che aspettava qualcun altro.

Camminava piano, facendo attenzione a non graffiarsi le gambe nude contro i mattoni esposti o qualche pezzo di ferro che usciva dal muro. Saliva le scale in silenzio, annunciando se stessa attraverso il suono degli stivaletti griffati che rimbombavano sul cemento. Poi una voce.

Ti serve il solito? No, oggi mi sento un po' scarica, hai qualcosa di nuovo? Per te qualcosa ce l'ho sempre, dottoressa. Non chiamarmi così, lo sai che non me ne frega un cazzo. Lo so. Anche io mi sento un po' giù oggi. Tu cos'hai di nuovo di offrire? Ne abbiamo parlato l'altra volta. Lo sai. Però vedi di andarci piano ok? Dipende da quanto mi piace, dottoressa. Vieni qui.

Il materasso buttato per terra era logoro e sporco. Poco distante, su una sedia di metallo, sedeva lui. Ai suoi piedi una camicia arrotolata nascondeva malamente una pistola. La pelle scura, i jeans strappati e quella maglietta bianca e logora lasciavano traspirare un odore pungente, che Letizia sentiva già prima di avvicinarsi.

Spogliati completamente.

Letizia fece cadere le mutandine sul pavimento sporco di polvere di mattoni, si tolse la camicetta e si lasciò ammirare i piccoli seni mentre si tolse la corta gonna con piccoli movimenti dei fianchi. Si tolse gli stivaletti, che posò con cura poco più in la e rimase in piedi, in silenzio, sul materasso che cigolava sotto di lei. Lo sguardo di lui era tutto sul suo corpo.

Quando lo vide slacciarsi i pantaloni, come per un meccanismo automatico, si inginocchiò davanti a lui e si sporse con le sue labbra appena umide. Chiuse gli occhi.

Va bene facciamolo. Disse quando lo sentì pulsare. Ma meglio per te che la roba sia buona. Vale lo stesso per te, dottoressa.

Sentì le dita umide di lui farsi strada dentro di lei. Poi le grandi mani la piegarono in avanti e si sentì aprire da dentro, come mai prima, dove mai prima. Fu dolore per la maggior parte del tempo, poi la sua mente le venne in soccorso e il corpo la seguì. Si rilassò e iniziò ad accompagnare i movimenti di lui. In questo modo, lo sapeva, tutto si sarebbe concluso molto prima.

Nessuna parola, solo un gesto di saluto e uno scambio da compiere. Pochi e veloci gesti e uno sguardo di intesa.

Scese le scale in silenzio, mentre pensava a quanto era appena successo.

Non appena pensieri iniziarono ad affiorare dal profondo, o addirittura quello che molti chiamavano emozioni, Letizia scosse la testa e si ravvivò i capelli. Non era il momento per simili cazzate. Era successo quello che aveva voluto succedesse. Lo sapeva.

Uscì dallo stesso squarcio, guardò entrambi i lati della via e proseguì per la sua strada.

Dall'alto del quarto piano dell'edificio abbandonato, due occhi seguirono l'allontanarsi di quelle belle gambe e quel culo perfetto. Che soddisfazione si era tolto, ed era solo l'inizio.

Improvvisamente, la suoneria di un cellulare ruppe il silenzio e rimbombò attraverso i muri. Aveva un messaggio in arrivo. Premette qualche pulsante e lesse il testo:

sei contento sbirro? alla prossima.

Sorrise, intascò il cellulare e lo infilò nella tasca posteriore dei jeans.

Leonardo, agente sotto copertura della Polizia di Stato, era in ritardo anche quella mattina.

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