Melbs (parte uno)

Riguardo all'Australia, prima ancora di partire, avevo sentito le cose più disparate, letto tutto il materiale scritto che ho trovato, prestato ascolto a tutte le voci, guardato film, scrutato forum e gruppi di discussione, assimilando tutto il possibile tra il materiale informativo e facendo una media tra le varie opinioni, andando così a costruirmi la mia personale idea di questa terra, prima ancora di esserci arrivato. Mi sono imbattuto in dicerie e voci, alcune divertenti, altre meno, ma di sicuro interesse.

In aggiunta a tutto ciò circola una piccola leggenda, a detta di tanti assolutamente vera, ma ancora confinata nei miei “può essere”, fino a prova contraria.

La prova contraria l’ho incontrata esattamente venti minuti dopo essere arrivato a Melbourne e la leggenda in questione è questa: dato un punto X in una città Y, tira fuori una cartina e assumi l’aria sperduta del viaggiatore medio ed ecco spuntare dal nulla qualche buona anima, pronta a sacrificare la sua tabella di marcia così duramente programmata sull’iPhone, per darti una mano a districarti tra quelle nuove strade.

Dopo un viaggio in metro fino in Stazione Centrale a Sydney, un treno per l’aeroporto internazionale, un bus per l’aeroporto domestico, l’aereo per Melbourne, un altro bus per il centro città, metto finalmente piede in una parte nuova d’Australia, pronto a coglierne peculiarità, bellezze, particolarità e caratteristiche. Dovendo ancora coprire il tragitto fino all’ostello, decido che per orientarmi mi serve una cartina.

Mi guardo intorno in cerca di qualche ufficio informazioni e, mentre lo faccio, vedo un addetto a qualche cosa, per cuimi avvio e chiedo direttamente a lui dove posso trovare una cartina di Melbourne. Dopo dieci secondi e distinti rumori di ingranaggi, mi guarda e mi dice che posso trovarne una al negozio di Hungry Jack, comodamente piazzato alle sue spalle. Vedendo la mia faccia, con la stessa espressione di un cadavere in acqua, mi precisa inoltre che sulla cartina posso addirittura trovare tutti i negozi Hungry Jack.

Ringrazio con sorriso tirato e occhi semi-chiusi che solo chi sta per ucciderti sorridendo sa fare e mi avvio nella direzione opposta. Esattamente otto passi dopo, vedo l’ufficio informazioni, con all’interno tutta una serie di mappe gratuite. Prima di consultarle però, inizio a camminare verso la direzione principale, controllata in precedenza, ma dopo tre o quattro svolte, mi trovo nella necessità di verificare quella leggenda. Nei paraggi, però, nessuno in vista.

Apro la mappa, appoggiandola allo zaino che mi ritrovo appeso davanti e inizio la consultazione, in fremente attesa di qualcuno. Per i primi dieci secondi nessuno si fa vivo, ma all’improvviso, alle mie spalle, rumore di passi. Resistendo alla tentazione di voltarmi e incrociare lo sguardo di quel qualcuno, continuo a fissare lo stesso punto sulla mappa, per non rovinare la scientificità della prova. All’improvviso, una voce femminile rompe il silenzio e pronuncia le fatidiche parole: ehi, ti serve aiuto?

Ora, se fossimo in qualche cazzo di varietà a quiz, il silenzio verrebbe rotto da una musica improvvisa, applausi del pubblico e la testa di Raffaella Carrà toccherebbe il pavimento dietro di lei, mentre si piega nella sua elegantissima risata. Tutto questo succede veramente, nella mia testa, testa che quando giro per vedere la fonte dell’aiuto, inquadra non una, ma due persone, ma non due semplici persone, bensì due ragazze, ma non due ragazze qualsiasi, due ragazze biondissime e australianissime, ma non solo australianissime, ma australiane di quell’australianismo che ti fa trascurare i cazzi tuoi per aiutare uno con una cartina in mano.

Avrei accettato l’aiuto anche se avessi avuto in mano il Gps definitivo, ma ne avevo effettivamente bisogno e, mentre spiegavo loro dove dovevo andare, la mia mente si faceva una sana sghignazzata, vedendo apparire la scritta immaginaria: “La Leggenda è vera”. Dopo qualche consultazione e battuta, ci ritroviamo tutti e tre a puntare verso l’ostello. Eh si, perché non solo mi dicono dove si trova, ma mi ci accompagnano pure.

Parentesi: Melbourne è attraversata da una rete di strade che si incrociano a formare quadrati regolari, ma a rendere divertente una altrimenti troppo facile esplorazione, ci sono vie diverse con lo stesso nome. Praticamente due “qualcosa street” o “altrove road”.

Immaginate quindi la mia sorpresa quando scopro che Bionda e Biondissima si chiamano entrambe Kate. Altra sghignazzata mentale. Mentre camminiamo, ogni tanto controlliamo la mappa per conferma e, all’improvviso, la leggenda si avvera ancora: un ciclista, probabilmente attratto dai riflessi della carta lucida, ci affianca e ci chiede se abbiamo bisogno di aiuto… Kate 2 spiega il tutto e lui conferma la direzione, ma aggiunge che ormai mancano poche decine di metri e ovviamente: g’day! Di fronte all’ostello saluto Kate 1 e 2, ringraziandole ripetutamente, fino a quando le vedo sparire dietro l’angolo. Osservo la cartina riposta nello zaino e mi chiedo che cosa sia a far arrivare Australiani a frotte non appena viene esposta al sole, come nemmeno un ergastolano si fionderebbe su una pila di porno. Lascio i massimi sistemi a più tardi, salgo le scale ed entro in ostello.

Benvenuto a Melbourne.

Dopo i vari passaggi del viaggio e una camminata sotto il sole, con due zaini addosso, ero più sudato di un nerd dopo la sua prima prova profilattico, per cui scarico tutto sul letto, afferro il necessario e mi fiondo in doccia. E’ esattamente nei momenti critici che devi modificare le tue convinzioni, che credevi a prova di bomba e accettare la nuova realtà dei fatti. Nello specifico, passo da “stavolta mi sono portato via tutto il necessario” a “cazzo mi sono dimenticato tutto”. Arrivo a questa verità mentre con le mani frugo nel beauty, alla ricerca di uno shampoo che non troverò mai, perché è nello stesso posto del docciaschiuma: lo scaffale del bagno, di quel bagno a casa, di quella casa a Sydney. Dopo anni e anni di incertezze e continui cambiamenti, ho maturato una certa elasticità e un'attitudine al problem solving. Detto meno elegantemente, mi ritrovo a lavarmi i capelli con una saponetta microscopica, trafugata chissà quanti anni fa, da chissà quale albergo, proprio in previsione di un momento come questo.

Se proprio ci tieni a farti lo scrub alla pelle, ma hai paura di passare per gay davanti ai tuoi amici negli spogliatoi o se proprio rinunci all’estetista perché hai paura che si pensi che ti fai lo scrub alla pelle, allora prendi un volo per Melbourne e alloggia all’ostello Melbourne Metro YHA. Posa le valigie e fatti una doccia al secondo piano, prima cabina a sinistra. Il getto che colpisce la tua scultorea persona è talmente forte che non solo polverizzerà quelle cellule morte che ti porti in giro, ma ti limerà qualche ruga, ti farà un leggero lifting e, alla fine, sul vetro della doccia vedrai anche qualche neo, sparato via dai punti più irraggiungibili del tuo corpo, lasciandoti fresco e rinnovato, con un viso talmente lucido e tirato, che potresti fare invidia anche a Voldemort.

melbourne
melbourne

Stanco, ma rinvigorito e soprattutto con la voglia di vedere la città, esco dall’ostello e mi avvio verso la fermata del tram, che decido di non prendere, in favore di un’altra camminata, cogliendo così l’occasione per osservare tutto quello che mi circonda. La prima impressione che mi fa Melbourne è di essere molto più europea di Sydney. Attraversata in lungo e in largo da moltissimi tram, alcuni addirittura vecchissimi e arrugginiti, cosa che stona con tutto ciò che è il centro di una città australiana, tremendamente nuovo. Il concetto di vecchio da queste parti è molto relativo e arrivi a sorridere di fronte a targhe esibite con orgoglio sopra negozi aperti “Since 1992”.

Il centro di Melbourne è, come a Sydney, la zona del Central Business District, per gli amici il CBD, che ne rappresenta anche il punto più vivace e movimentato. Le famose Bourke St e Elizabeth St faranno parte della mia vita per tutto il soggiorno.

Cammino quindi sul marciapiede, guardandomi in giro curioso, passando davanti a innumerevoli caffè, nessuno dei quali in stile moderno, ma quasi retrò, volutamente lasciati invecchiare, o costruiti direttamente così, piccole botteghe di ogni tipo, che si alternano a negozi in grande stile, mescolando tutti i generi, dai fiori alle moto, dall’elettronica ad accessori di abbigliamento e ancora piccoli alimentari, pasticcerie e bar, in una lunga fila di attività diverse che arriva fino in centro.

Seguo la strada guardando in tutte le direzioni, notando subito che la quantità di asiatici è decisamente inferiore a Sydney, dove per trovare un australiano devi per forza tirar fuori una mappa. Il cuore di Melbourne è decisamente più nuovo e moderno delle vie subito adiacenti, ma non per questo sparisce quel “certo che” di Europa. Le strade e gli spazi sono più piccoli rispetto a Sydney, le vie a graticolo romano suonano familiari e facili da individuare e la costante presenza delle macchine e dei tram, ricorda molto qualche nostrana città. Intorno a me è tutto un fiorire di negozi, tavolini all’aperto, qualche artista di strada, gelaterie e pub. Cammino, scatto foto e prendo appunti.

La famosa piazza di Melbourne, che si chiama Federation Square, ma che si fa chiamare Fed Square, si apre di fronte alla Stazione principale di Melbourne, per gli amici Melbs. Il contrasto tra nuovissimo e abbastanza vecchio è evidente e finalmente ritrovo un po’ di quei grandi spazi a cui sono abituato a Sydney. A lato della Fed, scendo una rampa di scale e mi ritrovo davanti al fiume Yarra, che attraversa la città e offre un piacevole punto di ritrovo per impiegati alla prima birra, gente che corre o passeggia e gente che invece ozia sull’erba o su una panchina di una delle rive. Sullo sfondo, la skyline di Melbs brilla al sole, riflesso in mille e mille vetri, mentre su tutti i grattacieli spicca la Eureka Tower, probabilmente la più alta della città, da cui si può godere del panorama di Melbs a 360°, ma che purtroppo devo solo immaginare.

Tappa-caffè da Brunetti, locale storico, dove sorseggio il mio primo caffè espresso in suolo Australiano. La sera si avvicina ed è tempo di pensare a come impiegarla e mentre aggiungo altri kilometri nella camminata di ritorno, riguardo foto e osservo altri dettagli di strade, palazzi e gente.

Rientro in ostello e dopo un'altra doccia a quattro atmosfere, mi ritaglio il mio metro quadrato di fronte al letto per prepararmi all’uscita: destinazione Queen Victoria Market, ossia una enorme piazza circondata da banchetti di cibo di ogni tipo e nazionalità, milioni di odori e altrettante persone.

Prima di arrivarci però, la mia esistenza in questa vita è destinata ad incrociarsi con quella di Pascal che, in barba alle coincidenze assurde, di lavoro fa il programmatore, è tedesco e come altri ha mandato la sua vita al bar e mentre lei era fuori lui ha approfittato per cambiare aria.

Pascal è visibilmente ubriaco prima, durante e dopo la nostra chiacchierata, motivo per cui conosco tanti, troppi dettagli di quella vita, di cui avrei voluto fare a meno. Soprattutto se accompagnati fuori dalla bocca assieme ad un alito che non ti aspetteresti nemmeno da un qualsiasi qualcuno la mattina dopo l’addio al celibato. Pascal parla e parla, fino a quando mi chiede che cosa ho studiato e che qualifiche ho. Parentesi: prego attuali e futuri genitori in lettura di fare tutto quanto in loro potere affinchè la loro prole non finisca nelle facoltà di una qualsiasi branca della psicologia, al fine di evitare loro un futuro pieno di conoscenze imbarazzanti, dovuti alla legge universale che regola gli incontri da studiosi della materia e tutti gli spostati in circolazione.

Pascal ovviamente è uno di questi e non perché mi parla di trenta dei suoi trentatre anni durante la prima volta che mi vede, in un dormitorio da otto persone in un ostello, mentre mi soffia in faccia un vento putrido. No, non solo per questo. Più che altro perché, dopo la mia informazione sui miei studi si irrigidisce e cambia argomento, ma non nel senso che diventa vago, ma esattamente il contrario. In un secondo decide che sono il confessore perfetto e mi spiattella in faccia gli ultimi anni, carichi di disagio e, con il candore di una vestale, mi confida che, effettivamente, sente il bisogno di un trattamento psicologico. Da parte mia, data la situazione, dopo anni passati a leggere di empatia e supporto, non posso fare a meno che esibire l’espressione più simile alla morte cerebrale che riesco a trovare.

Pascal, per nulla scoraggiato, a questo punto opta per un atteggiamento che sinceramente mi coglie a metà strada tra lo stupore e il divertimento più cinico: si mette a piangere. Situazione: a meno di un metro da me, un esemplare maschio di umano (?), frigna di brutto, di un pianto carico di lacrimoni, che si fanno largo tra due centimetri di lenti e cadono sulle pieghe della maglia. A questo punto, in un momento così, ho dato sfogo a tutte le mie capacità empatiche ed emotive e, con grande partecipazione, gli scarico quattro pacche sulle spalle, accompagnando il tutto con un virile take it easy, man!!! Detto questo, mi giro, apro la porta e sparisco più velocemente di una modella quando, la mattina dopo, si rende conto di essere venuta a casa con me.

Il primo giorno a Melbs scivola via veloce, concluso da un pasto a più portate al mercato di cui sopra e da una lunga chiacchierata in compagnia di alcuni amici. Rientro in ostello per l’ennesima volta, prendo atto della mia abbronzatura sempre più inguardabile e mi rendo conto che l’unico modo per abbronzarsi così sarebbe farsi seppellire nel deserto fino alle spalle. Vabbè, come si dice, sono bello dentro.

Scivolo sotto coperta facendo attenzione a non smuovere le fragili emozioni di Pascal, che scompostamente giace nel letto a fianco al mio e, cercando di ignorare gli scossoni del letto di sopra, mi addormento guardando fuori dalla finestra una Melbourne ancora in attesa di essere scoperta. Per ora buonanotte Melbs.

(continua...)

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