4. Melissa.

A piedi scalzi e coperta solo dalla giacca che le aveva dato quel poliziotto Melissa correva lungo la strada bagnata da una pioggia leggera e illuminata da lampioni alterni.Con le braccia incrociate sul petto tentava di coprirsi il più possibile, non solo dal freddo, ma dal mondo e da se stessa. Per giorni era rimasta completamente nuda, davanti a mille occhi scrutatori, voraci e famelici di quel corpo fresco, soffice e a completa disposizione. Aveva perso il conto delle ore in cui era rimasta legata, spostata di peso e fatta oggetto di violenze e sevizie. All'inizio aveva combattuto, con gli occhi e con le unghie, con la mente e con la voce, ma poi, quando a niente era servito, il suo corpo si era come spento e la sua mente, sovraccarica di immagini inaccettabili, si era disconnessa, lasciandola a metà strada tra la coscienza e l'apatia. Assente abbastanza da non sentire quasi nulla, ma presente quanto bastava per vedere tutto. E ricordare.

I capelli rossi e spettinati volteggiavano nel vento umido e carico di gocce finissime. I grandi occhi erano sbarrati e finalmente attraversati da una luce vitale, quella della fuga e della salvezza. La giacca ruvida era grande abbastanza per coprirla, ma il tessuto, a contatto con la pelle, le faceva sentire il bruciore dei segni e delle ferite. In preda allo shock e alla paura, Melissa tentava in tutti i modi di rimanere vigile, padrona di se stessa. Non era ancora il momento di lasciarsi andare, non era ancora al sicuro e tutto poteva ancora succedere. Sentiva comunque salire dentro di lei un miscuglio ingovernabile di emozioni. La felicità di essere sfuggita a quell'inferno, l'ansia di trovare aiuto, la paura di essere catturata di nuovo, ma soprattutto la vergogna e il rimprovero verso una sé stessa che quasi ripugnava. Mentre procedeva a passi svelti e silenziosi, cercando di confondersi con le ombre degli edifici, Melissa tentava di ricordare cosa l'aveva condotta a quegli ultimi giorni atroci, per cercare di darsi una spiegazione e per avere finalmente un qualcosa a cui aggrapparsi connesso alla sua vita di "prima".

Sveglia già dalle cinque di mattina, Melissa infilava una maglietta leggera, pantaloncini cortissimi e scarpe da corsa. Scendeva le scale del suo condominio selezionando la sua lista di canzoni preferita e per i successivi sessanta minuti si isolava da tutti mentre correva per le vie della città. Durante il tragitto si rifugiava nel suo mondo, fatto di ambizioni, progetti futuri e sogni da realizzare. Non prestava attenzione agli sguardi che si posavano su quel corpo perfetto, sulle gambe lunghe e toniche, scolpite da chilometri e chilometri, sui lunghi capelli rossi raccolti e sui grandi occhi verdi che puntavano fissi davanti a lei. Sapeva di essere guardata, ma in quel momento della giornata esisteva lei e lei soltanto.

Più tardi, dopo il suo turno in ufficio, sarebbe stata tutta un'altra storia.

La città si avvicinava mano a mano che correva e la luce in strada si intensificava sempre di più. Qualche macchina ora si vedeva in lontananza, ma ogni volta che una si avvicinava, Melissa si appiattiva nell'ombra. Era troppa la paura di un incontro sbagliato, che la riportasse in quella stanza piena di orrori. Non sapeva bene cosa cercare e cominciava a pensare di essersi persa, non avendo trovato la cabina telefonica come le era stato detto. Lo shock stava iniziando a prendere il sopravvento e i suoi pensieri iniziavano a farsi confusi e intermittenti. Era in balia di se stessa. I fari dell'ennesima macchina la costrinsero a tornare vigile. Si guardò intorno in cerca di un antro buio in cui nascondersi e alla fine corse verso uno stretto vicolo a lato della strada, da cui si sporse per seguire il movimento della macchina, che procedeva insolitamente lenta. Melissa si accucciò e si spinse contro il muro, volendo sparire completamente. Il rumore della macchina si avvicinava sempre più, fino a superarla e tornare ad allontanarsi. Solo a quel punto sbirciò da dietro il muro e quello che vide le diede finalmente speranza. La scritta bianca rifletteva la luce dei lampioni e la rendeva leggibile e visibile nel buio. Polizia fu tutto quello che le bastò per uscire dal suo nascondiglio, raggiungere il centro della strada e gridare con tutta se stessa. La macchina si fermò e tornò indietro.

Tutti i suoi colleghi maschi avrebbero voluto averla. I vestiti "da ufficio" contenevano a stento un corpo che trasudava femminilità e sensualità ad ogni movimento. Sempre assorta nei suoi pensieri e impegnata nei suoi doveri, Melissa disdegnava le attenzioni dei suoi colleghi, facendola apparire schiva se non timida, durante le poche volte, piene di imbarazzo, in cui rispondeva, declinando l'ennesimo invito. Di lei non sapevano nulla, o almeno della lei che avevano l'opportunità di vedere. Melissa, però, era ben altro e le ore d'ufficio ben nascondevano la sua vera natura. La sera, lontana da occhi conosciuti e zone familiari, varcava le porte di luoghi in cui il suo corpo si sentiva nel suo ambiente naturale. Lo sguardo serio e chino su vari documenti, lasciava il posto ad uno sguardo ammiccante e ad un sorriso sempre accennato, mai rivelato. In quei luoghi dava sfogo alla vera sé stessa, dando il suo corpo in pasto alle voglie e ai desideri più spinti degli uomini. Per il giusto compenso, Melissa acconsentiva alle pratiche più sordide.

- che cosa è successo? Disse il poliziotto avvolgendola in una coperta e accompagnandola in macchina. - Stai tranquilla, sei al sicuro. Ora torniamo in centrale, è tutto finito. Melissa appoggiò il viso al vetro umido della macchina e lascio la mente libera di allontanarsi. In sottofondo, la sirena urlava il suo passaggio nelle vie della città che scorreva veloce davanti a due occhi appannati. In lontananza una voce calma scandiva qualche parola confusa... stiamo rientrando... giovane ragazza... mandate un'ambulanza... Melissa chiuse gli occhi.

Seduta al bancone del bar, stava lentamente sorseggiando un drink. Una mano calda si insinuò sotto il vestito e le strinse l'interno coscia, sfiorandole il leggero intimo che le piaceva indossare. Melissa non si girò nemmeno. Invece, sorrise impercettibilmente, inarcando il collo e spostando i capelli, rivelando una scollatura che lasciava scoperta quasi tutta la schiena, prima di unirsi in un lungo vestito nero. La mano dell'uomo era ruvida e forte e ora, senza alcuna sorpresa, si muoveva dentro di lei. Melissa assecondava il movimento con tutto il suo corpo e sentiva il suo piacere mescolarsi alla pelle di lui. All'improvviso la mano si ritrasse, spezzandole un gemito, per poi tornare a stringerle con forza il seno. Lei sentiva il suo stesso calore scivolare sulla sua pelle, mentre quella mano la spingeva verso il corpo che le stava dietro. Poi una voce.

- tutta la notte? - cinque mila. - stanza trentanove. - aspettami lì.

Melissa finì con calma il suo drink, mentre si ricomponeva e si preparava alle ore seguenti. L'indomani, in ufficio, tutto sarebbe stato nascosto, in parte dal trucco e in parte da quell'atteggiamento schivo, ma ora, quella notte era sua e lei avrebbe dato tutta sé stessa.

Arrivata davanti alla stanza si fermò un momento per ravvivarsi i capelli, poi spinse una porta lasciata volutamente socchiusa. All'interno, una luce soffusa si mescolava ad un profumo penetrante, speziato e intenso. In un angolo della stanza si muovevano lentamente le fiamme di qualche candela. Mosse qualche passo all'interno della stanza, quasi diffidente di fronte ad uno scenario inedito. La porta si chiuse dietro di lei e un uomo la bloccò prima che potesse girarsi. Una mano era di nuovo sul suo corpo e dentro di lei, mentre un'altra le sfiorava delicatamente il collo e i capelli. Melissa sentì il piacere impossessarsi di lei, mentre si lasciava andare ai desideri di un uomo ancora senza volto. Sentì la mano scorrere in alto fino a scoprirle e afferrarle i seni, mentre l'altra le raccoglieva i capelli e la costringeva ad esporre il collo sottile. Sorrise. Poi una spugna ruvida e bagnata di un liquido dal sapore metallico le chiuse la bocca e il naso. Il piacere lasciò il posto al terrore e la luce morbida delle candele scomparve nel buio.

L'inferno cominciò così, con un sapore metallico e il buio, ma ora era finita.

La luce bianca quasi la accecava e la sedia di metallo la faceva rabbrividire. Davanti a lei una tazza di cioccolato bollente rifletteva la lampada sul soffitto. Avvolta in una coperta calda e in qualche vestito improvvisato, Melissa osservava i due infermieri dell'ambulanza praticarle qualche iniezione e prenderle un campione di sangue. Poi si allontanarono per conferire con i poliziotti poco distante.

- come ti chiami?

una voce alla sua destra le fece girare la testa di scatto, ancora in preda alla tensione. Davanti ai suoi occhi un giovane dall'aspetto ordinario, seduto su una sedia poco più in là, la osservata con un'espressione a metà tra un sorriso e la tristezza.

- Melissa. Rispose lei, finendo di pronunciare il nome quasi come se fosse una domanda. Quasi non sapesse più chi fosse... - Non sono sicuro di aver capito cosa ti sia successo, ma ho sentito che, qualunque posto fosse, sei riuscita a scappare. - Sono io stessa la causa di tutto questo... tu invece come ti chiami?

Sentì le proprie parole uscire dalla sua stessa bocca quasi fosse quella di un'estranea. Il caldo della stanza e della coperta e il trovarsi in mezzo alle persone che l'avevano salvata sbloccarono in lei un sentimento di rabbia che le strozzò la voce quasi prima di finire la frase. Lo sentì farsi strada attraverso tutto il suo corpo, fino a stringerle la gola. Urlò ancora e ancora. Un urlo liberatorio e straziante, che la lasciò quasi senza forze e senza più lacrime. Chiuse gli occhi di nuovo e si addormentò.

Seduto sulla sedia metallica e fredda, il ragazzo dall'aspetto ordinario la guardava. Poteva solo intuire ciò che quella ragazza aveva passato. Nel silenzio della stanza interrotto soltanto dal ronzio delle fredde lampade al neon sopra di loro, rimase ancora qualche minuto ad osservare quel viso, ora al sicuro tra quelle mura e rilassato dal sonno indotto dai farmaci.

Poi lentamente si alzo e fece qualche passo verso quel corpo addormentato, si chinò sopra la ragazza e, senza essere sentito, sussurrò:

mi chiamo Filippo.

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