Perchè si torna in Italia

A gennaio torno in Italia, dopo quasi cinque anni dall'ultima rimpatriata.Per l'esattezza, quattro anni e dieci mesi da quel giorno di Marzo 2012, dopo i primi otto mesi di permanenza a Sydney.

Tornare in Italia dall'Australia costa.

Non solo per il biglietto aereo, ma anche per altri costi economici indiretti.

Nel mio caso, gran parte delle tre settimane saranno coperte dalle ferie accumulate a lavoro, ma non completamente. La parte rimanente "ce la rimetto" io, nel senso che per quei giorni non mi verrà calcolata la paga. Qui infatti non è possibile andare in negativo di ferie e recuperarle dopo (prassi in uso in Italia, anche se non so se valga in tutte le aziende).

Questo nel caso si abbia un lavoro full-time. Nel caso in cui qualcuno sia sotto un visto temporaneo, tipo il Visto Working Holiday o Visto Student e stia lavorando con contratto Casual le cose si complicano un po'. Per i non addetti, un contratto Casual vuol dire che sei in regola, ma non hai turni fissi. Potresti lavorare tutti i gironi, come uno ogni altro, come uno alla settimana, poche ore sparse, solo quando muore una celebrità, solo quando Morgan smette di dire cazzate (stai fresco), solo quando la d'Urso fa programmi intelligenti (addio), solo quando Renzi mantiene le promesse (sei automaticamente disoccupato in partenza), etc. Dipende da dove si lavora e dalla necessità di personale. Tuttavia, questo è compensato da una paga più alta rispetto a chi lavora full-time.

Tornare in Italia in questa situazione significa, potenzialmente, compromettere le cose una volta tornati.

Infatti, tornare in Italia ha senso se fatto per almeno tre settimane. Il che significa un periodo che si fa notare dal datore di lavoro, specialmente se si lavora in un bar/ristorante popolare, in alta stagione. Alcuni tornano addirittura per un mese o più. L'altra volta sono tornato per due settimane e non ho nemmeno fatto in tempo a riprendermi dagli spritz dal fuso che ero già sulla via del ritorno. In più, dovendo fare diversi giri sparsi qua e la nel Veneto, due settimane sono scomparse più velocemente di una cubista quando le dici che la ami.

Sparire per tre settimane, o più, da un posto di lavoro in Australia significa lasciare un vuoto che probabilmente verrà coperto da un altro immigrato come me e te che non aspettava altro che qualcuno si togliesse dai coglioni per subentrare e cominciare a mettere in fila pasti caldi (tratto da una storia vera). Certo, il datore di lavoro promette sempre che il lavoro sarà li quando torni. Infatti il lavoro rimane lì dov'è quando lo lasci, solo che quando torni non è tuo.

Ovviamente non capita sempre, ma il rischio è concreto.

Anche nel caso in cui riuscissimo a mantenere il posto di lavoro, i costi in termini economici sono in qualche mondo doppi. Infatti, al costo del biglietto aereo bisogna aggiungere anche la perdita dei guadagni che non entrano mentre si è a fare aperi-cene in piazza. In linea di massima, calcolando una paga media intorno ai ventitré dollari all'ora (paga minima in Western Australia per un cameriere qualsiasi che sappia interagire con la massa senza creare scompigli) per un minimo (si spera) di venti ore a settimana, costerebbe circa altri mille dollari (calcolo fatto a spanne) per le tre settimane. E di minimo si parla. Se prendete di più e lavorate più ore, il mancato guadagno è ovviamente maggiore.

Questo a patto che non siate tra quelli che si fanno sfruttare come manovalanza di bassa lega da tutti quegli Italianoti di merda emigrati cinquant'anni fa e che pagano ragazzi e ragazze meno di uno spritz a Perth.

Se sei uno di questi infami e mi stai leggendo fammi una cortesia e vergognati a morte. Fallo. Adesso. Vergognati. Ti auguro che ad un certo punto, il/la malcapitato/a che stai sfruttando usi la tua macchina per fuggire portandosi dietro l'impossibile.

Se, invece, tu che leggi sei uno di quelli che vengono sfruttati, a te dico: ma chi te lo fa fare?? manda sta gente a fanculo subito e buttati a cercare un lavoro da un datore Australiano, Congolese, Eschimese, ma NON Italiano. E ricordati di portarti via l'impossibile.

Tutto questo, inoltre, va sommato al fatto che quando si torna in Australia, non è che si trovi la fila di datori di lavoro ad aspettarti all'aeroporto, con un buffet di tartine e mojito e dessert a base di lavori fighi. So di gente che ha dovuto cercare per diverse settimane dopo il rientro.

Perché, quindi, si torna in Italia?

Perché mancano la famiglia, gli amici, le piazze, le pizze, le pizze in piazza, gli spritz in piazza e gli spritz durante una pizza in piazza. Mancano le rotonde a cazzo e le serate sul muretto con gli amici di una vita. Mancano le cazzate in dialetto e i giri in macchina senza meta perché dai, cazzo, stiamo un altro po'. Mancano le battute vecchie di anni che non muoiono mai, le serate a casa di amici, i piatti e gli abbracci della mamma, le battute e gli abbracci del papà, le vicissitudini e gli abbracci di una sorella con sia molte sia poche cose in comune, i consigli e gli abbracci di uno Zio che non sento da tempo. Mancano gli abbracci sinceri di chi ti ama nonostante tutto e dovunque tu sia. Mancano le amicizie che non sono crollate sotto il peso dei chilometri e gli schiaffi di anni senza vedersi. Manca il sapore dell'aria d'inverno, il silenzio del freddo e il tocco delle cose che conosci da quando sei nato.

Gli angoli di un paese che gireresti ad occhi chiusi. I metri quadrati consunti da anni di ritrovi con la 'compagnia'. Mancano i 'oh, vieni al solito che facciamo il solito con i soliti'. E tu ci vai, sapendo cosa aspettarti, ma anche no, perché in fondo, ogni serata era fonte di avventure, cazzate e casini nuovi. Mancano gli incontri casuali con persone che conosci e i saluti di passaggio. Manca quella sensazione di 'condiviso', di sapere che non importa dove siamo adesso, siamo tutti partiti dallo stesso punto, insieme, passando per le viette tra casa e scuola, tra casa e ritrovo, tra casa e morosa, tra casa e casa di amici. Le strade fatte in bicicletta, in scooter e in macchina, sempre le stesse, sempre uguali anch'esse. I punti del paese dove ci si trovava a confidarsi, a sfogarsi e a baciarsi. Gli amici che non ci sono più, ma che ci saranno sempre. I silenzi senza imbarazzo tra persone che si conoscono da sempre. Il rumore del finestrino aperto mentre qualcuno fuma. I kebab alle quattro di mattina che altrimenti domani sto male. I luoghi dell'Università, i ricordi sbiaditi dei giorni da studente, del militare, del ragazzo senza pensieri a scoprire come funziona il mondo. I vecchi colleghi diventati amici. La tana in cui ho vissuto prima di partire. Le amiche di mojito che quando torno è sempre amore. Il silenzio della stanza a casa dei tuoi, ancora li, ancora tua. Il rumore delle domeniche mattina quando dormi. I silenzi ricordando il passato. Qualche lacrima mista a sorrisi per quello che non si vuol dire. La nonna che non si è fatto in tempo a salutare. L'ultima palla tirata al cane più bello del mondo.

Si torna per fare pace con tutto questo e dire, eccomi, sono sempre qui, anche quando non ci sono. Si torna per tirare tutto fuori da capo, goderne per qualche settimana e poi rimettere tutto dentro al cuore, alla testa, per riportarlo con te. Dovunque tu vada.

Si torna già sapendo che dopo qualche giorno tutte le cose che non funzionano in Italia torneranno agli occhi e alla mente. Ma sapendo di essere li per poco, saranno solo uno sfondo, un dettaglio sfumato. E forse una conferma che partire fosse la cosa giusta.

Si torna per tutto questo. Per averne un altro assaggio ancora. Prima di ripartire verso quella che ora si chiama casa, ma non sarà mai Casa.

Poche settimane ancora. Mettete in ghiaccio il rum, raccogliete la menta e pestate il lime.

A presto.

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