Perth: Anno 3124

Anno 3124.

La coppia di archeologi si faceva largo tra le rovine di ghiaccio di quella che una volta, molto tempo prima, era una città. Lo spazio era angusto. Il pavimento, le pareti e il soffitto erano interamente coperti da una lamina di ghiaccio che rifletteva all'infinito la luce delle lampade fissate sull'elmetto dei due scienziati. Il silenzio regnava sovrano e i rumori dei passi, seppur attutiti dal ghiaccio, risuonavano e rimbalzavano tra mille eco, lungo l'intricato labirinto di stanze, corridoi e stretti passaggi, formatosi dopo il crollo di molti degli edifici.

I due archeologi, in silenzio e molto attentamente, procedevano in quello che molto tempo prima doveva essere stato un ufficio adibito ad un qualche servizio offerto al pubblico. L'intera area, infatti, doveva essere un aeroporto, o almeno, era quello che era stato ipotizzato, osservando le dimensioni e la morfologia dell'area attraverso immagini oleografiche e scansioni 3D. Tuttavia, il nome della città rimaneva ignoto, spazzato via assieme alla gran parte della città stessa durante la Grande Catastrofe, qualche secolo prima.

Gli spazi stretti e scivolosi rendevano l'avanzata più lenta del previsto, ma il desiderio di scoprire quello che si riteneva giacesse là sotto era molto più forte e spingeva i due studiosi sempre più avanti. Il fatto di sentirsi vicini ad un'enorme scoperta, vitale per poter ricostruire un passato scomparso all'improvviso, spingeva i due a continuare con determinazione, sapendo di essere a portata di una testimonianza tangibile del tempo che era prima e che dopo non fu mai più. Entrambi assorti nei loro pensieri e nelle loro valutazioni di quello che osservavano, erano convinti di pensare esattamente la stessa cosa: dovevano assolutamente trovarlo...

Appoggiandosi con le mani alle pareti, i due archeologi continuavano ad avanzare.

Poi, all'improvviso, davanti ai loro occhi comparve una scena che provocò in loro stupore e sorpresa ma, allo stesso tempo, diede forma e concretezza alle loro più rosee aspettative. A pochi passi di fronte a loro, coperta dal ghiaccio e nascosta agli occhi del mondo da tempo immemore, si stagliava silenziosa la sagoma di un uomo.

Il suo corpo sembrava poggiare su un qualche tipo di supporto, che al momento non sembrò possibile identificare. L'uomo aveva lo sguardo rivolto verso l'alto e il viso immobile in una smorfia di sdegno, quasi di odio. La bocca era piegata in quello che appariva quasi come un ringhio, mentre gli occhi socchiusi fissavano il soffitto della piccola stanza. Un braccio era proteso verso l'alto e la sua mano era ferma in una posizione contorta, quasi a voler afferrare qualcosa. Sembrava quasi un artiglio di uno di quei rapaci ormai estinti. L'intera figura pareva volersi ergere verso l'alto e, dall'espressione del volto, sembrava che l'uomo stesse quasi parlando, o comunicando con qualcuno. Gli dèi forse? Oppure, come era in uso a quel tempo in quella parte di mondo, a quello che era ritenuto l'unico dio?

I due archeologi rimasero in silenzio, quasi per rispetto, in preda all'estasi e alla contemplazione di fronte all'enorme scoperta.

Rimasero a lungo ad osservare quella figura di ghiaccio, riflettendo sulla portata del ritrovamento e di tutto ciò che esso implicava. Sarebbero tornati presto al loro campo base per riferire ai loro colleghi e da quel momento in poi, quel posto, sarebbe stato esplorato fin nei minimi dettagli, dando risposte a molte domande e origine a molte altre questioni da risolvere.

1110 anni prima.

Aeroporto di Perth, West Australia. Luglio 2014.

Porca troia se non si alza la temperatura finisco congelato sul posto e mi risveglio in un qualche cazzo di museo del futuro.

Seduto sullo sgabello, al front desk dello sportello Europcar, rannicchiato nella mia giacca imbottita, cerco di superare indenne le condizioni avverse in cui mi trovo. L'ufficio è infatti collocato proprio nel punto in cui si incrociano le correnti fredde provenienti dall'impianto d'aria condizionata poco distante e la grande porta di ingresso del Terminal. Due condizioni completamente fuori dal mio controllo, dato che l'aria condizionata è regolata a livello generale in tutto il Terminal e la porta automatica è talmente sensibile da aprirsi al passaggio di una zanzara.

Preso dallo sconforto di sei ore in quello stato e in preda ad una frustrazione sempre crescente, cerco di sfogare la mia rabbia imprecando verso qualsiasi entità.

Ormai da qualche settimana lavoro presso Europcar e, tutto sommato, non mi dispiace per niente.

Dopo essere stato assunto causa bisogno estremo di staff, mi ritrovo ad essere il jolly della situazione, svolgendo i miei turni tra i vari uffici presenti in aeroporto, città e Fremantle. Assolutamente non male. Infinitamente meglio di sfornare caffè a raffica. Unico neo: indossare un'uniforme verde. Tutta verde. Si, esatto. Verde. Con cravatta. Verde.

Passiamo oltre.

Lavorare in Europcar ha diversi vantaggi. Tra le altre cose, mi capita di dover guidare macchine di vario tipo per trasferimenti vari tra l'aeroporto e la city. Ora, io sono fanatico di macchine come un mussulmano lo è dei würstel, ma questo non vuol dire che non apprezzi una bella macchina, soprattutto se ci devo passare un'oretta dentro, ascoltando musica e prendendo soldi nel farlo. In aggiunta, trovarsi alla guida di una Mercedes della categoria Luxury, ti fa apprezzare il tutto ancora di più.

Prima di partire, osservo l'interno per capire quante cose posso premere, tirare, provare, testare. Sistemo a mio piacimento qualsiasi parametro anche lontanamente modificabile della macchina: specchietti laterale, centrale, altezza sedile, schienale, poggiatesta, temperatura lato mio e del resto della macchina, luci di posizione, guida assistita, radio, navigatore, tettuccio apribile, bilanciamento suono e collegamento iPhone. Ci ho messo più tempo io a partire dal parcheggio che un pilota di caccia a fare un check prima del decollo. Se fossi io quel pilota finirei per premere un pulsante e far partire un missile direttamente in faccia a quel disgraziato operatore che muove le bandierine, per poi catapultarmi fuori per sbaglio, gridando lol... Alzo il volume della musica per godermi la potenza dei diciotto altoparlanti, ennesimo controllo della strumentazione, sguardo allo specchietto per dirmi quanto sono manzo e via, sulla corsia più lenta della tangenziale, così mi godo il tragitto più a lungo.

Trascorrere un'ora così e poi tornare a casa guidando la mia macchina è come passare dalla suite dell'Hilton alla latrina colma di liquame in una cantina buia di una casa abbandonata in quella ridente vallata che è la striscia di Gaza.

La differenza è talmente grande che ti sembra di stare fallendo nella vita.

Per il resto, nessuna novità di rilievo.

A parte ovviamente la questione del...

no, di questo vi parlo più avanti.

Ora sono troppo impegnato ad uscire indenne da questa zona gelida del Terminal 1, tra il Vento Freddo delle Terre Lontane (Perth) e aria condizionata perennemente in modalità moriremo tutti

Però aspetta un attimo... vedo qualcosa lassù... sembra un interruttore... magari quello dell'aria condizionata... adesso mi alzo sullo sgabello e se allungo una mano magari ci arrivo e spengo tutto... adesso allungo un braccio... speriamo di non franare al suolo come una cazzo di otaria... mi allungo... smorfia di odio stampata in volto.... dai, dai che ci arrivo....

Clic.

Writer wannabe, mojito and absinthe lover, one day I want to see the Earth from space. 

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