Perth: futuro in vista

Dopo dieci minuti di attesa, con il telefono puntato sulla bocchetta d'aria che soffia un vento di morte gelido, il cell ritorna in vita. Imposto di nuovo la destinazione, attacco il supporto al vetro sperando che stavolta regga per qualche minuto in più e mi rimetto in strada, canticchiando una canzone di Albano Hinder.

Alla spiaggia, già da un'ora mi stanno aspettando Sergio e Alessandra. Il piano è quello di raggiungerli e passare il pomeriggio tra sole, oceano e relax. Insomma, una vita di merda.

Parcheggio fronte oceano e mi avvio verso il sentiero di sabbia che porta alla spiaggia. Per fare ancora di più l'Australiano doc, mi tolgo le infradito e proseguo scalzo. Dopo trevirgolasei secondi mi pento: al primo passo a contatto diretto con la sabbia mi sembra di camminare su un fiume di lava. Con la grazia di un paralitico saltello tutto intorno rimettendomi le infradito più velocemente possibile, avendo cura di buttare anche un occhio per capire se la scena è seguita da qualche passante o telecamera.

Raggiungo gli altri temendo di ritrovarmi con due moncherini sciolti al posto dei piedi, ma a parte una leggera sensazione di bruciore, sembra tutto ok. Per sicurezza guardo indietro per vedere se mi sono perso pezzi di piede per strada, sciolti istantaneamente da una sabbia più calda del fuoco e seminati ad ogni passo per la gioia di cani randagi e giovani in fame chimica.

A questo punto sono pronto per quella sequenza di gesti tipica di chi va in spiaggia: stendere l'asciugamano, rimanere in costume, mettersi la crema, buttarsi in acqua. Vediamo insieme questa sequenza, in modo da analizzare passo per passo tutti i gesti e vedere se ci sono, per caso, margini di miglioramento (ne dubito, ma qualora ce ne fossero, attendo dritte nei commenti):

Stendere il telo da mare.

Stendere il telo da mare su una qualsiasi spiaggia del Western Australia, durante una tipica giornata a cinquemila gradi e vento moderato, equivale a dispiegare una vela di cinque metri quadrati sulla cima di Monte Ventoso. In una frazione di secondo mi ritrovo a reggere il telo agli angoli, nella tipica posizione: in ginocchio, col culo leggermente all'aria e braccia tese nel tentativo di appoggiare il telo piatto sulla sabbia. Sono in lista per il primo premio Goffo dell'anno. Il telo gonfiato dal vento prima sbatte sulla sabbia e poi mi ritorna indietro, spalmandomi tre ettari di sabbia in faccia, nei capelli e in bocca. Dopo tre tentativi e l'intervento di un elicottero riesco finalmente a piazzarlo per terra. Ora però si presenta il problema di come mantenerlo li. Con l'agilità di un cadavere in acqua punto i piedi sui due angoli in basso e una mano al centro del bordo alto. Nel frattempo, con l'altra mano, recupero scarpe e infradito da appoggiare ai quattro angoli, sperando che il tutto non si trasformi in un fagotto di quattro chili volteggiante nel vento. Alla fine, ne esco indenne.

Rimanere in costume.

Non so voi, ma per me il momento tra quando si è in pantaloncini e maglietta e quando ci si ritrova in costume è sempre un momento importante. Un momento prima sei un ragazzo normale, magari carino, si può dire non male, forse belloccio, sicuramente un figo da paura, con pantaloncini e maglietta, occhiali da sole, capello sbarazzino. Insomma, un tipo. Un attimo dopo sei un corpo esposto al sole, con una carnagione uguale al lato inferiore delle Orche, a cui decisamente non farebbero male tre mesi di palestra, ma meglio un corso per Navy Seals, per essere sicuri (a questo proposito attendo che qualcuno inventi la Pancia di Dorian Grey, che aumenta al posto della propria, nonostante pizze e mojito vari). A nulla vale il trattenere un po' la pancetta in esubero, tanto prima o poi si deve respirare e poi diciamolo, non ci casca nessuno dai... Dopo aver tolto la maglietta senza togliere gli occhiali "per fare prima", me li ritrovo incastrati nel colletto della maglia, da cui esco dopo vari tentativi e comprendendo con amarezza cosa significhi essere partoriti; Eccomi qui: Giordano, trentaquattro anni e non vederli, esposto al mondo con gli occhiali di traverso, in verticale, sulla faccia. È a questo punto che si può apprezzare il contrasto di carnagione tra viso, braccia e gambe di un bel colore dorato e il resto del corpo, di un bianco spettrale, su cui sbizzarrirsi a dare i nomi alle vene. Dopo aver tolto la maglietta, inoltre, quella simpatica pettinatura alla non me ne frega un cazzo assomiglia ora a cazzo si vede che non te ne frega un cazzo.

Mettersi la crema.

In Australia, in spiaggia, a mezzogiorno e dintorni, mettersi sotto il sole senza tre centimetri di crema, con una carnagione che sembra una tela immacolata, equivale a buttarmi a volo d'angelo sulla piastra rovente di un barbecue. Mi sbrigo quindi a spruzzarmi la crema sul corpo e a fare del mio meglio per coprirlo tutto. Non che sia talmente largo da non arrivarci, sia chiaro, ma devo inventarmi movimenti inediti per arrivare a tutti i punti della schiena. Questo dopo il rifiuto da parte di Sergio di darmi una mano. In parte lo capisco. A questo punto, compio tutta una serie di manovre sul posto, arrivando a slogarmi spalla, gomito e polso nel tentativo di raggiungere ogni centimetro e, quando sono sicuro di avercela fatta, mi metto finalmente a sedere sul mio telo coperto di sabbia e piegato su se stesso.

Buttarsi in acqua.

In un giorno di quaranta gradi costanti, rimanere al sole per più di dieci minuti ti fa pensare di voler provare a farti cremare per vedere se, in fin dei conti è poi tanto diverso. Davanti a me l'oceano, con mille sfumature di blu e azzurro, con le onde che si inseguono nel vento e quell'odore salmastro che ti colpisce la faccia. Come resistere? Per un attimo valuto l'equazione hai appena messo la crema, poi ti tocca rimetterla - te ne stai andando al sole come un bruco nel microonde; alla fine decido di sacrificare la crema. Mi rialzo e tolgo gli occhiali. L'inculata di avere gli occhi chiari nel mio caso è molto evidente dall'espressione che assumo non appena tolte le lenti scure: occhi semichiusi alla Bud Spencer, faccia contrita per cercare di ridurre l'entrata di luce al minimo, bocca aperta solo da un lato in quella tipica espressione di chi non vede un cazzo. Avanzo sulla sabbia fingendo di vederci, ricordandomi istantaneamente della temperatura al suolo. Minimizzo e resisto stoicamente per i primi cinque passi, poi accelero in un elegante passo veloce, aumentando il ritmo in una aggraziata corsetta, fino a sfociare in una corsa scomposta con braccia sventolate all'indietro in cerca di una pozza d'acqua qualsiasi.

Giunto a riva tiro dritto a grandi falcate, lanciandomi in quei salti tipici di chi entra in acqua di corsa. Dopo sei-sette salti vedo un'onda arrivare e chiudo in bellezza tuffandomi alla Mitch Buchanan.

Piccolo flash back:

Qualche ora prima ero al supermercato in cerca di una crema livello felpa quando ho realizzato di aver bisogno di un costume. Trattandosi di uno provvisorio, punto al risparmio e per sei dollari mi porto a casa un costume semplice, ma adatto allo scopo: fare il bagno in mare.

Ora, dentro a quell'onda:

Quello che non ti dicono quando ti vendono un costume da sei dollari è che potrebbe essere solubile in acqua e svanire dopo un minuto che sguazzi. Oppure, avere un elastico non così resistente, che rende il costume propenso ad andarsene in momenti inopportuni.

Realizzo questa seconda opzione mentre sono in volo nel tuffo del secolo. L'impatto dell'onda si fa sentire, ma io filo teso nella posizione tipica del tuffatore esperto (mai vista). Peccato che il costume non segua il corpo a cui era attaccato. Mentre sono in acqua mi rendo conto di mostrare le pudenda a qualche pescetto nei dintorni e per evitare di mostrarle anche al resto di Perth cerco di ripristinare l'ordine delle cose prima di emergere. Con l'improvvisa agilità di una lontra, rimetto il costume al suo posto e riemergo come se niente fosse.

Ritorno in spiaggia dopo un bagno rigenerante, per scoprire che Sergio e Alessandra hanno deciso di rientrare. Io rimango a godermi il pomeriggio, ripetendo da capo i movimenti per sistemare il telo e rimettermi la crema.

Un bel libro mi aiuta a far passare le ore e il pomeriggio fila via per far posto ad un bellissimo tramonto, che condivido con chi è rimasto alla spiaggia. Punto lo sguardo verso l'orizzonte e cerco di cogliere quanti più colori possibile, assaporando il profumo dell'oceano e il rumore delle onde, dei gabbiani e del vento.

Poi un leggero fastidio si fa strada sulla schiena, in mezzo alle spalle, quasi un leggero bruciore... Scaccio il pensiero nefasto ricordandomi del livello di contorsionismo raggiunto per mettermi la crema ovunque e dico a me stesso che tranquillo, hai coperto tutto...

O no?!

(continua...)

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