Ritorno al Futuro

Volare per quattordici ore, sostarne cinque in aeroporto, volare ancora per altre sette per poi, una volta atterrato, ritrovarsi indietro nel tempo di dieci ore è qualcosa che può mandarti a puttane l'orologio biologico.

Se poi, dopo due settimane, ti fai un volo di undici ore, sosti per altre due in un altro aeroporto, te ne fai altre sette per concludere trovandoti a dieci ore in avanti rispetto al giorno prima, allora tu e il tuo orologio biologico, nel migliore dei casi vi prendete una pausa. Nel peggiore vi mandate a fanculo. Io ho scelto la seconda. Anzi, ha scelto lui.

Due settimane fa, circa, da qualche parte nel cielo.

Mi giro e mi rigiro sul sedile dell'aereo, tentando di trovare una misteriosa combinazione di gambe piegate e braccia distese o viceversa o un misto delle due, ma niente. Nonostante le circa trenta ore di veglia, di prendere sonno non se ne parla. Poco male, tra mezz'ora atterro.

Aeroporto Marco Polo, Venezia, Italia.

Il rumore del carrello che scende, mi riporta in vita appena cinque minuti dopo aver trovato la posizione giusta (praticamente a peso morto, in fondo al sedile, con cintura di sicurezza ad altezza petto, completamente in balia degli scossoni). Finalmente sono arrivato. Ormai, riesco a determinare da quanto sono in volo semplicemente basandomi su alcuni fattori del tutto naturali, senza l'ausilio di orologi: il gusto che ho in bocca, quanto i capelli sono appiccicati alla testa, il profumo di uomo, i chilometri di occhiaie, il tremore da mancanza di sonno e uno stato più o meno avanzato di noia, data dall''aver visto e letto tutto quanto l'industra dell'entertainment in volo abbia da offrire.

In questo stato, attendo impassibile lo stop dell'aereo, ma non prima di essermi assaporato l'ennesimo applauso del cazzo che qualche troglodita riserva al pilota per aver semplicemente fatto il suo lavoro (che consiste anche di evitare a se stesso di diventare un ricordo). Aspetto di vedere gli stessi idioti applaudire quelli che, di notte, svuotano i loro bidoni delle immondizie e poi, forse, ne riparliamo.

Sydney adesso è lontana, ma sotto la felpa, sotto la maglietta, sotto la pelle i muscoli e le ossa, un battito ogni due è per lei. Tranquilla, non ti mollo.

Mentre osservo la valigia avvicinarsi sul nastro trasportatore mi guardo riflesso nella parete metallica di fronte a me e quello che vedo è la copia stanca di Gollum. Necessito una doccia formato "non chiamatemi per qualche ora".

Mi carico lo zaino in spalla, afferro al volo la valigia ed esco.

La mancanza di Sydney si fa già notare, ma l'accoglienza che ricevo la copre per un bel pò di tempo. Sotto diverse paia di occhi invidiosi, bacio e abbraccio le tre  ragazze che sono venute a prendermi. Scambio di battute, ancora abbracci e poi via, direzione Verona, dove ci aspettano qualche spritz e i propositi per queste due settimane.

Otto mesi trascorsi a Sydney col naso per aria, la bocca aperta e la maglia piena di bava, ti fanno abituare ad un paesaggio naturale e urbano che ritengo fantastico. Spiagge, oceano, baie, scogliere, ma anche strade, grattacieli ed opere pubbliche enormi, così come la gente e i loro modi di fare hanno fatto in fretta a sostituire le immagini che mi sono lasciato indietro partendo. Certo, gli affetti sono rimasti intatti, ma appena sono arrivato a Sydney ho iniziato a considerare quello che vedevo come lo standard che ognuno dovrebbe avere. Non parlo di Sydney per forza, ma "solo" del livello del paesaggio e della cura riposta affinchè rimanga sempre in perfetta qualità.

Per questo motivo, dopo i primi dieci minuti in autostrada, mi sono chiesto se per caso non avessi sbagliato volo di rientro e se quella che stavo osservando non fosse, in realtà, la cara, vecchia Sarajevo ai tempi d'oro delle bombe. La Pianura Padana di certo non figura come attrazione turistica, ma terre incolte, costruzioni abbandonate, trattori arrugginiti, ponti allo stato grezzo, autostrade e canali asciutti da tempo di certo fanno di tutto per rimanere fuori da qualsiasi guida turistica. Gli occhi, abituati a colori vividi e forti, ora stentano davanti ad un cielo quasi bianco, al grigio cemento praticamente ovunque e al verde poco credibile di campi lasciati a se stessi.

All'uscita dell'autostrada, una fila quasi ininterrotta di Paesi minuscoli, i più vecchi quasi fermi al dopoguerra, i più nuovi totalmente anonimi, sorti esclusivamente a fare da contorno all'ennesimo centro commerciale e a rifornirlo di gente affamata dell'ennesimo orpello, da acquistare in negozi aperti dodici ore al giorno. Parentesi: date ad un italiano un negozio aperto dalle nove alle ventuno e lui ci andrà solo ed esclusivamente tra le venti e le ventuno.

Arrivati a Verona, i monumenti, che tanto dovrebbero farci vivere di fama e gloria, passano completamente in secondo piano rispetto ad un traffico scomposto, clacson, gente che attraversa a caso evitando accuratamente le strisce, gente che cammina senza guardare, gente, gente, gente ovunque, in ogni piccolo, fottutissimo spazio tra te e un sospiro di sollievo.

Qualche consumazione al tavolo, risate, racconti. Sono contento di vedervi.

La porta di casa si apre facendo uscire un husky formato gigante con contorno di ululato e a seguire genitori sorridenti non visti da tempo. Ancora abbracci, un bacio alla mamma.

Sono a casa. O no?

I giorni seguenti li passo ad elaborare lo shock per essere passato da Sydney ad un paese  di poche migliaia di anime a qualche chilometro fuori Verona, dove le uniche cose nuove che ho visto sono alcune rotonde. Ceno a casa, tra racconti, foto e la contentezza dei miei genitori dopo otto mesi "laggiù". Le due settimane che mi aspettano, sono molto colme di cene, serate al gusto di spritz e mojito; voglio vedere più gente possibile, tra quella che ovviamente considero cara. Mi divido quindi tra Verona, Padova, Treviso e Garda, osservando nel frattempo un'Italia che considero per la maggior parte brutta.

Sia chiaro, i luoghi belli, bellissimi, incantevoli non mancano di certo: i centri storici, il lago e Venezia sono capaci di farsi apprezzare perfino da me, ma purtroppo, tra ognuno di questi luoghi e un altro, o spesso in mezzo o attorno, decisamente troppe cose stonano. Lo stato dei monumenti ed edifici storici è al minimo indispensabile, traffico alla "comecazzoviene", sporcizia lungo le strade, cantieri eterni e troppi, troppi, troppi distributori, centri commerciali, parcheggi, negozi, capannoni industriali, magazzini, uffici. La totale mancanza di cura degli ambienti e la più inetta pianificazione urbana mai vista, nasconde le bellezze italiane dietro ad una massa di edifici di varia natura che sembrano lanciati a caso da mani a cui non fregava un cazzo del numero che sarebbe uscito.

Numero che in questo caso è zero, anche con mille dadi a disposizione. Il rispetto per le viste panoramiche, degli scorci, la tutela per l'impatto visivo sembrano e sono solo parole viste al massimo sulla locandina di qualche coglione che vuole farsi votare. A volte si arriva perfino allo sfregio: vedi cartellone pubblicitario gigante, enorme, spaventoso, attaccato nientemeno che all'Arena di Verona. Alla faccia di tutti quelli che dicono che in Italia c'è cultura.

Vaffanculo.

Incredibile a dirsi, qui è normale, va bene così, dicono. E' la cultura del cosa si potrebbe mai fare? e del è l'Italia e si sa come funziona. Al massimo qualcuno azzarda un "nessuno ha più limiti", ma non è vero, non li hanno mai avuti perchè noi non li abbiamo mai messi e tanto meno reclamati.

E' questa la cultura di cui ci vantiamo.

La cultura del va bene tutto purchè non rompano il cazzo a me. Quella del continuare a nasconderci dietro all'Italia che si-sa-com'è, senza capire, ancora, che l'Italia non è diventata così da sola, ma per "merito" della gente che ci vive, che non se ne rende conto e che, soprattutto, lascia fare. Tanto, va tutto bene, anzi, la Belen fa pure vedere la gnocca in prima serata, che cazzo vuoi di più? Butta giù sto aperitivo che tra un pò comincia la partita.

Vado a trovare un pò di amici, racconto e ascolto racconti e alla fine, più o meno tutti, mi raccontano di tante cose da cambiare e di quelle che bisognerebbe rifare da zero. Il tanto amato cibo italiano, che sembra essere l'unica ragione di vita e termine di paragone col mondo per alcuni, si fa certamente apprezzare, ma soltanto nello spazio di un pranzo o di una cena. Insomma, non è che da solo ci riporta ai piani alti di una qualsiasi classifica mondiale sulla qualità della vita.

Nel frattempo, rischio diverse volte il soffocamento (o la strage di innocenti, a seconda dell'umore) alla vista di notiziari che parlano di cazzate, tra le stesse facce di decenni fa, interviste sul che cosa prova al genitore col figlio appena morto e ben dieci minuti su trenta dedicati alla ricetta del giorno. I rimanenti sono servizi realizzati appositamente per far leva su sentimenti collettivi, per emozionare, approfondendo non la notizia in sè, ma le emozioni legate ad essa.

Ecco quindi che, alle cause del bambino bruciato in un autobus, delle ragazzine stuprate da ragazzini e a quelle di vari suicidi di imprenditori, si preferisce il genitore in lacrime, la scuola sotto shock e la tristezza della gente, in servizi che mirano a tenere incollata la gente allo schermo, distraendola dalle notizie importanti con tragedie altrui, a cui, per rispetto, nessuno dovrebbe partecipare. Inetti che si sentono pure partecipi, per solidarietà.

È l'Italia degli ottantamila al funerale di un Lucio Dalla che fino ad un giorno prima non si cagavano in otto, dei funerali di Stato per la "sorpresa" di un soldato morto in guerra (vedi applauso al pilota), dei litigi al bar per una partita, di "giornali" inutili che parlano di cose inutili.

È l'Italia della distrazione, dove quasi nessuno fa caso ai dati sullo stato delle cose, ma enfatizza la sua situazione personale, come bandiera del "va tutto bene". Le stesse persone che parlano dell'Australia addirittura in negativo, citando cose per sentito dire o tirando in ballo stronzate come "tutto il mondo è Paese". Prima andateci, fuori dal Paese e poi ditemi.

Che va tutto bene, l'Italia fa di tutto per ripeterselo e per distrarsi pur di non riconoscere il contrario. Sulle prime pagine spicca il calcio o la formula uno, mentre, in piccolo, la cifra del nuovo record di debito pubblico, scritto in trasparente su una pagina mai stampata.

È l'Italia del se da Sydney chiamo l'università di Padova per chiedere un documento via mail, mi rispondono che devo prima passare di là per firmare il modulo di richiesta...

L'Italia di chi, leggendo queste righe, alzerà le spalle commentando: ma su dai, sei troppo negativo.

È l'Italia che, vista dopo otto mesi di qualcosa che non è Italia, sembra un posto bello per quello che era. Come quella anziana signora che, troppo avanti con gli anni, si ostina a truccarsi e vestirsi come se ne avesse venti, vedendo sè stessa con gli occhi dei bei tempi e chiedendo le stesse attenzioni da ragazzi volutamente miopi.

Le due settimane volano tra gli incontri previsti e qualcuno... imprevisto. Tutti molto, molto graditi.

Quando si sceglie e si prende una strada, inevitabilmente si rinuncia a qualcosa. La facilità con cui si proseguirà nella scelta è direttamente proporzionale alla consapevolezza raggiunta nello scegliere, ma, soprattutto, nel rinunciare.

Per questo motivo, salgo le scalette dell'aereo, sola andata, convinto di quello che faccio, anzi, sempre di più. Nonostante ciò, nessun sentimento è solo positivo o negativo, per cui, nel salire quei gradini, dedico un pò di tristezza alle cose che lascio, ma sono solo le mie cose.

L'Italia che amo è le persone a cui tengo e la mia Casa sono le mura in cui sono cresciuto; è nei miei genitori che mi hanno reso come sono, a dispetto di tutto quello che c'è intorno. E' nelle mura di case di amici e in loro stessi, tra le portiere di macchine, luoghi di mille discussioni e avventure; è negli angoli dei ritrovi tra amici e negli amori perduti.

Tutto questo per me è l'Italia, ma non ha un posto fisso se non dentro di me e proprio per questo me lo posso portare ovunque, certo di ritrovarlo sempre, sotto quella felpa, quella maglietta, sotto la pelle, i muscoli e le ossa.

Tutto questo è anche senza tempo, per cui non sarà mai passato e mai svanirà.

Il resto è solo un Paese come tanti, anzi, per molti aspetti, nemmeno.

Mi dispiace Italia, o forse no, ma io ritorno al futuro.

Ringraziamenti:

a mamma, papà, nonna, sorella e zio: siete bellissimi. a Pier "sempre operativo" Luigi, Matteo, altro Matteo, Sara, Valentina, Mattia, Irene, Emanuela e Federico. Alle Bionde Serena, Elisa, Sara. a Cristian di PD e a Cristian di VR. a Vittoria, Giulia, Stefania, Diego, Federico e Federico, Mirko e Alberto. Agli Spritz e ai Mojito da pochi euro. Grazie mille per le splendide serate insieme. See ya soon mates!

Writer wannabe, mojito and absinthe lover, one day I want to see the Earth from space. 

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