Ritorno al futuro 2.1

Ritorno al futuro 2.1

Guardo la valigia mezza vuota davanti a me. Alle mie spalle la porta di casa si è appena chiusa e la tracolla di una borsa nera mi schiaccia gli occhiali da sole attaccati alla maglietta. Dal balcone di casa osservo le luci di Perth in lontananza. Il buio delle otto di sera in un quartiere residenziale si fa notare ancora di più a confronto con i grattacieli illuminati la in fondo, dove la città si gode il suo weekend. Respiro. Il rumore di casa, l'odore degli spazi immediatamente intorno a te e i dettagli delle cose che vedi tutti i giorni sono molto più vividi se ti fermi un attimo ad assaporare il momento immediatamente prima di un cambiamento.

Pausa. Respiro. Sorriso.

Il momento prima di un cambiamento mi fermo sempre per un minuto o due. Faccio il punto della situazione visualizzo il momento, il luogo e aumento la consapevolezza. Blocco i pensieri del "dopo" e del "prima". Ci sono solo io e quel momento. È importante per fissare il passaggio. Quasi come un post-it immaginario in una sequenza di azioni che spesso diamo per scontata. Alla fine non si ricordano i giorni, ma i momenti. Quando esci di casa, quando sali la scaletta dell'aereo, quando esci dall'aeroporto, il primo sorso del primo drink di una serata perfetta, l'immediatamente prima di un bacio, quando vedi gli amici in lontananza, quando la porta di casa tua si chiude alle tue spalle e tu sei lì, in uno di quei momenti.

Mi fermo, mi guardo intorno, prendo un respiro e sorrido.

Ciao Perth.

Dopo tre ore in aereo conosco nei minimi dettagli il funzionamento di tutto quello che un passeggero può toccare. Bocchette, lucette, tavolini, pulsantini, levette. Ho imparato a memoria l'elenco completo dei film a disposizione, i movimenti del personale di bordo, i rumori della signora seduta di fianco, il rumore del motore a quattro metri di distanza e l'alternanza delle luci soffuse del soffitto. Potrei sgamare una discrepanza nella routine in tre secondi. Tipo che se dovessi sentire "stiamo precipitando, moriremo tutti" io potrei rispondere con un'annoiata alzata si sopracciglio e fare il gesto della sufficienza come quando si esce in una giornata afosa di luglio belli per il nostro spritz di gala e ci viene offerto un kebab di antilope da Zio Kaleb Braccio di Ghisa dal baracchino in fondo alla via.

Reclino il seggiolino di quarantatré gradi esatti (quarantacinque lo fanno tutti e sarebbe da barboni) e trangugio una pappetta esattamente uguale a quella che produrrò di lì a otto ore appena raggiungo il cesso più isolato del Qatar.

A nove ore di volo fantastico di realtà alternative. Guardo fuori dal finestrino e vedo un grifone cavalcato da una guerriera vestita di luce che mi porge una spada d'argento con l'elsa d'argento sui cui lampeggiano lettere d'argento che dicono "sei tu l'eletto d'argento". Il rutto al burro della signora di fianco interrompe l'idillio e quello che vedo è la mia faccia da "meno cinque minuti al coma vigile" riflessa nel finestrino.

A circa undici ore vedo il genio della lampada uscire dalla bocchetta dell'aria ed esaudire il mio desiderio di diarrea fulminante solo per avere qualcosa da fare per le prossime ore.

Appena le ruote toccano terra già pregusto l'atmosfera degli aeroporti di notte. Lascio scorrere la fila di gentucola che ancora si ostina a scattare in piedi appena l'aereo atterra per poi aspettare in fila in posizioni infami fino all'apertura delle porte. Invece di rimanere comodamente seduti e con i propri averi recuperati prima e uscire in maniera ordinata in circa trenta secondi, questi preferiscono aspettare venti minuti in quella che sembra una macabra partita di Twister giocata in piedi con trecento sconosciuti.

Raggiungo la porta dell'aereo, come sempre ultimo ad uscire. Sorriso all'hostess e uno allo steward, per parità dei sessi (e per aumentare la probabilità che qualcuno del personale si innamori e ti dia più pappette).

I rumori e gli odori di un cesso pubblico in un aeroporto dopo undici ore di volo sono quanto di più simile a quelli di una folla di zombie sotto il sole di agosto. Gente che prima vedevi seduta composta scambiarsi chiacchiere inutili con un passeggero mai visto prima, li vedi sudare freddo in fila mentre guardano il segno rosso della serratura con la bramosia di una Iena Ridens davanti ad una carcassa decomposta; infine li senti abbandonarsi a versi ultraterreni seguiti immancabilmente dal fruscio di un torrente di liquame putrido.

Io ovviamente, Eleganza in Ogni Circostanza, esco indignato mentre svolazzo distratto verso la porta e saluto tutti con un gesto di sufficienza.

Altra scaletta, altro aereo, altro volo. Stavolta di sette ore soltanto. Quasi quasi neanche mi siedo. Faccio partire un film già visto perché gli altri li avevo già visti (finezza stilistica).

A tre ore dall'arrivo scopro l'esistenza di quindici minuti di connessione Wi-Fi in aereo e vedo un barlume di speranza nel muro nero della depressione da noia. Pago sti dieci dollari per utilizzare la connessione per un paio d'ore e mando circa tre milioni di messaggi a mezza rubrica chiedendo un timido "come va?" e sperando di ricevere altrettanti "bene" anche solo per capire, a livello statistico, quanti effettivamente rispondano in modo sincero ad una domanda del genere.

Aeroporto Marco Polo, Venezia, cinque anni dopo.

"E desso da lunedì se comincia a lavorare come un negro..." è la performance che sento provenire da due file più avanti, pronunciata da un ominide sub-umano che non ha notato secoli di civiltà e vive ancora nell'ovattato mondo di Mentalità Inferiore. Di lato, poco più in là, un passeggero di colore lo osserva come si osserva la separazione dei mitocondri senza a capirne il processo.

Sono in Italia da ventisette secondi e la prima frase in italiano mi ha sparato indietro di mille anni.

Ancora ultimo, raggiungo la porta dell'aereo, respiro e saluto.

Fresco come il telo della Sindone raggiungo la fila del controllo passaporti. Vedo due colonne. Una per cittadini Europei con circa cento persone in fila. Una per cittadini non Europei con circa il triplo delle persone. Già sto per rassegnarmi ad un'altra ora di stenti quando giro l'occhio e vedo una terza via, contrassegnata dalla scritta Controllo Elettronico. Nessuno in fila. Due persone prima di me si avvicinano, leggono la procedura e poi si ritirano spaventati per non averci capito un cazzo. Raggiungeranno gli altri cento preferendo mezz'ora di attesa piuttosto che evolvere. Piazzo il passaporto nello scanner, sorrido splendido alla telecamera per una foto ricordo da vip e mi dirigo a recuperare il bagaglio.

Ultimo ad uscire dall'aereo e primo ad uscire dal terminal deve pur valere qualcosa sul curriculum. Mi trascino verso la porta e, ancora una volta, focalizzo l'attenzione sul momento.

Sono tornato in Italia e ho tre settimane davanti. Fa freddo. Sono stanco. Respiro. Sorrido. Esco.

Principessa dei Gatti Furiosi e Bella Raga Bella Gara (nomi di fantasia) mi accolgono tra baci, abbracci, profumi, ciocche bionde e pelli morbide (loro), effluvi di curry, capello alla superstite e pelle tirata tipo Ramses (io). Mollo le valigie e le abbraccio forte. Poi mi guardo intorno per raccogliere sguardi invidiosi di gente sola, ragazzi che non ci sanno provare e signore pudiche ma segretamente gelose. Mi do un auto-cinque mentale (self-five per gli amici). Se fosse per me, me le slumerei entrambe sul posto esattamente per approfittare delle telecamere nascoste dell'aeroporto, ma per quello c'è tempo.

Ora bisogna uscire dall'aeroporto, sfidare il gelo e bere il primo spritz.

Sono tornato in Italia e voglio vedere tutti, abbracciare tutti, baciare tutte. Voglio salutare la mia famiglia e sentirmi a casa anche se fa strano, che tanto "poi passa". Fare collezione dei momenti che ho perso e vedere i segni di chi non c'è più.

Mentre usciamo dai parcheggi dell'aeroporto mi prendo un attimo solo mio per guardarmi intorno di nascosto, mentre guardo fuori dal finestrino.

Una ciocca bionda di fianco, un riflesso azzurro nello specchietto, il profumo delle ragazze che ogni volta che torno è sempre amore.

Respiro. Osservo. Sorrido.

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