Il flusso, il primo sorso e tutto il resto

Il flusso, il primo sorso e tutto il resto

Sei solo.Attorno a te il vuoto, sei isolato dal resto del mondo, chiuso in uno spazio solo tuo, che ti appartiene in maniera intima, personale, quasi esclusiva. Quel momento è tuo soltanto e nessuno può rubartelo, nessuno può interrompere quel flusso che una volta iniziato ti distrae dal resto e cattura tutta la tua attenzione. Chiudi gli occhi e dai il massimo, sapendo che puoi dare di più, sapendo che è quel momento o mai più, sentendo che sei esattamente nel quando e nel dove dovresti essere. Sei sudato e le tue labbra si increspano in una smorfia di fatica, quasi di dolore. Lo sforzo reclama le tue energie, quasi tutte, ma tu non cedi, vai avanti perché sai che cosi va fatto. E cosi lo fai. Poi finalmente passa, tutto si quieta, tutto si rilassa. Un brivido ti scorre lungo la schiena e in quel momento sei consapevole di avercela fatta. Tutto il tuo corpo si rilassa e si scuote. Ti senti leggero, finalmente. Quasi svuotato. Ma è una sensazione bellissima, che quasi ti fa sorridere, mentre espelli l'aria dai polmoni e ti lasci andare ad un sospiro liberatorio.

Poi ti giri e scopri che è finita la carta igienica. Porco cazzo.

A quel punto ti senti perduto e ti richiudi in un mondo tutto tuo. Ti afferri la testa tra le mani e lasci andare la mente, ormai vacillante.

Sei in mezzo ad un lago. Il pontile sotto i tuoi piedi scricchiola ad ogni tuo movimento. Il legno, consumato da innumerevoli passi, reca i segni visibili del tempo. Crepe si allungano qua e la, da un lato all'altro, lasciando intravvedere l'acqua placida sottostante. E' un legno chiaro, striato di bianco, dal sole e dalla pioggia, quasi fosse un vecchio signore che nonostante l’età si sostiene e fa quello che deve fare, ogni giorno. Il pontile si allunga in mezzo al lago per circa cento metri, o cento passi, come hai contato una mattina, tanto per fare. Parte dalla riva e arriva in mezzo all'acqua, regalandoti un panorama a trecentosessanta gradi: la conformazione di tutta la riva che circonda il lago, i riflessi del sole, le basse onde che si increspano sui pali di sostegno, cigni e pellicani che sonnecchiano e Perth, la in fondo, stretta tra il fiume e gli alberi di due immensi parchi. Ti siedi sui gradini di una scaletta laterale che scende verso l'acqua, punti lo sguardo verso il sole e chiudi gli occhi. Il rumore di qualche barca a vela in lontananza, il verso di un gabbiano, il salto di un pesce, il suono dell'acqua che sbatte pigra sul legno di quel vecchio pontile. Pace.

Apri la bocca per respirare quanto più vento possibile e ti ritrovi una merdosissima mosca del cazzo piantata in gola. Ti e' talmente dentro che quasi ti senti violato. Tossisci, soffi, rantoli nel tentativo di far tornare indietro l'immondo insetto, cercando di non pensare a quante cose hanno tastato quelle putride zampette. Quello che ne viene fuori e' tutto tranne che la mosca, che giace tranquilla sulla parete del tuo esofago e piano piano scende verso il tuo stomaco e quasi ti sembra di sentirlo, il tuo stomaco:

Ma che sei stronzo o cosa? Ma mangi le mosche adesso? Lo sapevo da un pezzo che mangiavi di merda ma le mosche mi sembra un passo indietro vecchio mio... 

Come dargli torto? Bisogna sempre ascoltare quello che ti dice la pancia. Almeno cosi dicono...

Ma tu sei forte. Per un attimo vacilli e ti lasci andare a colorite espressioni, ma poi tutto si quieta, tutto passa e si calma e tu ritorni ad uno stato di benessere. Quel benessere che cercavi quando sei uscito stamattina.

Stamattina. Sveglia, doccia, un cambio veloce e poi via, fuori, i capelli ancora umidi e la maglietta bagnata, messa troppo in fretta, ma tanto c’è il sole, fa caldo e tira un'arietta leggera, al profumo di mare e alberi, che subito ti entra dentro e ti asciuga fuori, che ti sveglia del tutto e ti accompagna nei tuoi passi. Uscendo ti guardi allo specchio e un attimo rallenti, ti fermi. Aspetta un attimo, quello sono io... vediamo che si dice.

Il tempo passa e lo vedi, d'accordo, d'accordo, andiamo oltre. I capelli sono quasi lunghi, quasi incolti. Diciamo alla cazzo dai... che rende di più. Il sorriso è ancora li, quello non lo toglie nessuno. Gli occhi hanno sempre quel guizzo. Tutto a posto. Anche oggi ti piaci un sacco, cazzo. Ogni tanto ti verrebbe pure di calarti un limone da solo, ma ora non si fa. Bisogna essere ricchi e famosi prima, così fa personaggio. Ora farebbe solo disadattato. Esci va', che è meglio.

Esci. Ti chiudi la porta alle spalle e ti avvii, senza musica che non senti il vento, con gli occhiali sennò non vedi un cazzo e via, nel vialetto alberato, fino alla solita rotonda e poi a destra, in quella strada in discesa che da lassù lascia vedere il lago. E' tutta dritta e tu non fai altro che mettere un passo dietro l'altro. Mentre aspetti ti guardi intorno, ti godi il sole sulla faccia e pregusti il caffè che acquisterai di li a poco.

Un flat white please, da portar via. Thank you, mate... Mentre aspetti il bicchierone nero controlli un paio di email, qualche messaggio. Devi fare qualche telefonata, mentre sei laggiù sul pontile, sotto il sole, sopra il lago.

Il giorno prima avresti avuto un colloquio di lavoro, ma all'ultimo hai tirato un pacco mostruoso, dicendo che si, grazie della proposta, ma no, non sono più interessato. Ora, mentre scorri i messaggi, pensi che bisogna ricominciare da capo. Mandare qualche curriculum, attendere la chiamata e iniziare.

Il barista di turno è in vena di socializzare e, mentre si dedica alla schiuma del mio flat white, mi chiede da dove vengo, come mi chiamo e cosa ci faccio a Perth. Cazzi miei vecchio, tu fammi il caffè e fatti i cazzi tuoi. Questo avrei risposto a Padova, al barista che mi vedeva tutti i giorni e mi faceva le stesse domande ogni settimana. Sono italiano, mate, da poco trasferito qui da Sydney e ora in cerca di lavoro. Questo rispondo qui, dove qualcuno ti parla sempre con un sorriso. Che lavoro mate? Fa lui. Mi piacerebbe barista. Faccio io. Allora vieni a lavorare qui. Fa lui.

Porco cazzo. Faccio io. Ma lo penso soltanto. Beh si può fare, replico pronto, ne parliamo? Certo, vieni domani o quando vuoi, porta il cv e facciamo due chiacchiere. Ecco questo è il tuo flat white. E questo è il mio contatto. Caso mai non fossi in giro. A presto allora...

L'aria è sempre più buona quando qualcosa fila come ti piace. Sorseggi il tuo flat white, il primo sorso è sempre il migliore. E' quello che per me da il via ufficiale alla giornata. Prima di quello c’è tutto il rito della preparazione ad affrontare il nuovo giorno. La sveglia e tutto quello che ti porta li a quel momento, al primo sorso. Poi, tutto il resto.

La musica ora scorre attraverso gli auricolari, dando un ritmo ai tuoi passi, mentre assecondi le parole con la mente, diretto verso quel vecchio pontile. Questa è la mia routine del momento. Seguo il flusso.

Segui il flusso. Me lo hanno detto in molti, amici più o meno stretti, in contrasto alla mia filosofia di vita, fatta di pochi flussi da seguire e molti flussi da creare, impostare prima e, soltanto dopo, seguire. Ma non funziona. Ho scoperto che non funziona cosi, almeno non completamente. Anzi, forse per la minima parte. Il flusso è già la fuori, da qualche parte. L'unica cosa che puoi fare e' trovare il tuo e quando l'hai fatto non mollarlo più, attaccati come si attaccano le mutande al barbone. Poi seguilo e non mollarlo mai. Il difficile è quello. Trovarlo. Ma è la fuori. Il flusso viene sempre fuori, presto o tardi.

Quando lo fa, ricordati la carta igienica.

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