Sydney

Immagina.

Stai vivendo tranquillamente la tua vita nel tuo paese, hai tutti i contatti del caso, sai come muoverti, la tua è una grande città di un grande paese. Un giorno vai a letto, qualcuno decide che hai fatto una cazzata (forse l'hai anche fatta, ma anche no), ti prendono e ti spediscono in un posto da cui parti un giorno e arrivi dopo mesi. Una volta sul posto scopri che altri come te hanno avuto la stessa sfiga. Il posto che ti circonda è assolutamente spoglio, spartano e vuoto di tutto quello che conoscevi prima. Il minimo che puoi fare a quel punto è incazzarti come una Iena Ridens e prendere a calci nelle palle tutti quelli che incontri, fino a quando realizzi che anche gli altri stanno facendo lo stesso con te. E' qui che smetti di calciare e cominci a pensare come volgere tutto questo a tuo favore e fare in modo che il posto in cui dormi sia invaso dalle formiche incazzose per il minor tempo possibile. Guardi negli occhi gli altri e decidete che non è il caso di rompersi le palle a vicenda, ma che forse è il caso di mettersi insieme e pensare a qualcosa di costruttivo. Magari costruire. Costruire da zero un posto che abbia tutte le comodità che cerchi, che magari prima non avevi, ma che qui servono anche a controbilanciare il fatto di trovarsi così lontani, così isolati, così separati da tutto quello che conoscevi prima, da tutto quello che prima chiamavi casa.

Il nido che hai in mente è quanto di più moderno tu possa concepire, mescolato a quanto più possibile riesci a ricordare di casa tua. Il concetto è che visto che qui ti ci hanno portato, visto che qui non c'è assolutamente niente, ma soprattutto, visto che qui ci devi rimanere per forza, allora prendi tutto quello che di buono conosci, lo ricostruisci da zero e ci aggiungi tutta una serie di optional nella speranza che basti a chiamarlo casa, mentre tenti di dimenticare quella vera. Nell'attesa che questa diventi quella nuova.

Questa è Sydney, o almeno è l'impressione che mi da.

L'entusiasmo iniziale deve ancora calare di mezza tacca e anzi, ora che mi sento più pratico di certi meccanismi, mi piace ancora di più. Come qualcosa che compri sull'onda dell'entusiasmo, ma che una volta passato quello, senti che era la scelta giusta. O come quando, dopo diversi tentativi, scopri finalmente che quella taglia di profilattico è quella giusta per te. Mentre alcuni amici ti aspettano alla spiaggia, tu aspetti l'autobus. Il primo che passa non puoi prenderlo: lampeggia infatti la scritta PREPAID e se non hai già il biglietto, non puoi salire. Il secondo che passa non si ferma perchè è troppo pieno: cioè tutti i posti a sedere sono occupati e quelli in piedi sono esattamente nel numero previsto per legge. Il terzo invece si ferma. Sali, dici al conducente dove devi andare per fare il biglietto, ma nel mentre alle tue spalle sale un altro tizio col biglietto già pronto, timbra, si siede. Il conducente smette di trafficare sulla tastiera e mi dice che Sorry, ma ora l'autobus, col tipo che è appena salito, è al completo e che quindi devo aspettare il prossimo. Ancora Sorry. Nei tre secondi che ci metto a mettere a fuoco il concetto, tra inglese e concetto stesso, realizzo che il primo istinto sarebbe quello di chiedere se è uno scherzo e se poi la cosa prosegue, tirare fuori l'autista di peso e guidare io stesso l'autobus come nelle scene tagliate di "Speed". Invece, sorridi, ringrazi e scendi, ma non prima di esserti guardato intorno, per scoprire che secondo i nostri standard di persone in piedi ce ne stavano minimo altre venti. In ogni caso, se rivuoi i tuoi autobus pieni, puoi prendere una metro e un aereo e in due giorni sarai accontentato.

Sta a te. Qui sono rigidi, ma funziona.

Io accetto il tutto e come la più sbattuta delle lap-dancer torno al mio palo. Il quarto finalmente ha tutto quello che mi serve. Cioè poche persone. Tempo totale tra il primo e il quarto circa 20 minuti. In Italia in venti minuti non scali nemmeno di un posto nella fila alla cassa di un supermercato, dovendo aspettare che torni l'idiota che si è dimenticato venti cose mentre era in coda, genitori che instaurano complesse trattative con figli vari sul comprare o meno un lecca-lecca fino ad arrivare ai peggiori in assoluto che si rendono conto di dover pagare solamente dopo quei cinque secondi in cui la cassiera li osserva immobile, avendo finito da un pezzo di passare gli articoli. Qui al supermercato devi essere estremamente reattivo: spesso c'è un'unica fila servita da una decina di casse, cosa che da sola elimina il rischio di infilarsi in una fila che sembrava corta mentre poi scopri che le uniche due persone devono scaricare mille euro di spesa e magari consegnare migliaia di punti per avere un pigiama del cazzo. Qui se ti incanti un attimo quando dovresti andare alla cassa, l'addetto ti chiama proprio, facendoti cenno di muoverti pure. Altrimenti il sistema si auto-protegge e vieni prontamente superato da uno più evoluto di te. La vera figata però consiste nel fatto che è l'addetto stesso a metterti tutte le tue cose nei sacchetti, cosa che elimina il fattore ingorgo mentre sei indeciso tra pagare o portarti via la spesa.

Detto questo, dall'ultimo post è passata una settimana, per cui di seguito vi riporto l'elenco delle cose più importanti che mi sono capitate:

  • ho comprato una pancia di scorta da riempire di birra, dato che la mia originale sta per essere scolpita nel marmo. O almeno questi sono i propositi. Se continuo a bere birra dovrò andare in spiaggia in tunica, sperando di non innervosire gli squali al largo con i riflessi della mia carnagione.
  • mi sono dato al look australiano dato da camicie a quadri in svariate fantasie, portate rigorosamente aperte sopra una t-shirt demente, abbinate a completo sbragamento. L'abbinamento ti toglie istantaneamente una decina d'anni e ti rende facile bersaglio di tutta una serie di collegiali nelle più svariate divise.
  • sto imparando il linguaggio delle megattere semplicemente ascoltando russare la compagna di stanza. ora sono al pre-intermediate. Entro questo mese do il test finale e poi sarò pronto per lavorare negli spettacoli con cetacei vari, traducendo gli insulti dell'orca di turno rivolti alla folla di bocche aperte per un tuffo.
  • ho visto gente pagata per pulire con spugna e sapone cabine telefoniche e cestini delle immondizie per strada. Ad un primo impatto sembrerebbe ridicolo, ma ce ci pensi un attimo ti rendi conto che riuscire a sentirsi puliti anche dopo aver telefonato da una cabina è una sensazione nuova, così come lo è vedere invitanti e luccicanti cestini, che ti fanno venire voglia di produrre rifiuti solo per poterti avvicinare e magari controllare se hai del sushi nei denti.
  • un gabbiano ha scaricato una indigestione di pesce, vento freddo e brutta giornata a mezzo metro dalla mia testa in spiaggia. Questo fatto, per i successivi trenta secondi ti fa pensare di essere parte di un disegno più grande e che il futuro ti riservi sentieri luminosi e bordelli gratis. Trip bruscamente interrotto quando ti arriva in testa una palla da rugby.
  • sono riuscito a comprare un paio di pantaloni senza utilizzare i gesti. Ho anche deciso attivamente modello e colore, senza subire consigli passivamente per dare l'idea di capire il misteriosissimo slang delle commesse di abbigliamento. Le varie sfumature di colore, comunque, rimangono tutt'ora un mondo a parte.
  • una signora mi ha chiesto scusa per essere uscita da una porta di un ufficio ad un metro davanti a me mentre camminavo. Sulle prime sono rimasto abbastanza balbo, ma poi mi sono goduto tutte le scuse, confermando che a tutto c'è sempre una prima volta.

C'è anche una prima volta in cui ti senti abbastanza sicuro da far partire una conversazione usando l'unica frase con intonazione australiana che conosci, ricevendo in cambio sorrisi compiaciuti dall'interlocutore, salvo poi fare una figura di merda quando questo ti risponde e tu non capisci un cazzo. Mai dare l'illusione di capire l'australiano stretto, specialmente in banca o dal medico. Potresti trovarti in sala operatoria o inseguito dagli sbirri. D'altro canto avrei dei post interessantissimi da scrivere.

  • sono stato perquisito ben tre volte in una sera con metal-detector portatile all'entrata di altrettanti pub.
  • ho scoperto che per alcune popolazioni, entrare in un locale e chiedere alla cameriera la cosa più economica dell'interno menù non è considerato motivo di emarginazione sociale.

Qui sotto è venerdì pomeriggio e mentre state pensando ad affrontare una giornata di lavoro, io mi preparo ad affrontare un weekend di feste varie. Programma della giornata:

  • dormire per recuperare la serata di ieri seguita poche ore dopo da una mezza giornata di scuola. Sono definitivamente il maggior intenditore di occhiaie, se escludiamo vampiri vari e malati terminali.
  • festa ovviamente brasiliana di qualcuno-che-non-conosco-che-parte-domani.

Puoi criticare tutto quello che vuoi, non tutto è oro e non tutto luccica, ma devi scegliere tu da che parte stare, anche perchè di opaco c'è ben poco.

Quello che non hanno qui, da noi se ne sta andando.

Vedi il dizionario di Italiano alla voce: Colosseo: struttura antica che nessuno caga, attualmente in stato pietoso. Probabile futuro parcheggio o centro commerciale, se ne sta andando come un cazzo di castello di sabbia in una giornata di vento. Questa è Sydney, dove la sensazione di fare quello che vuoi è gratis, dove se prendi le Sue differenze col sorriso ti ricambia con un bacio con la lingua, dove se rompi il cazzo ti rompe il culo, dove se fili dritto arrivi dove vuoi, dove se chiedi ad uno ti rispondono in tre, dove se chiedi scusa ti viene detto che no worries mate, have a nice day. Questa, signori, è una ventenne che sa di essere bella e che ha molto da offrire. Non chiedetele di parlare di storia, perchè come tutte le ventenni, quella parte se l'è persa per farsi bella e piacerti. Se sai aspettare di cose da dire ne avrà parecchie. Nel frattempo goditi i suoi scintillanti occhi blu. Questa, signori, è Sydney.

O come dicono qui: This is Sydney.

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