Una storia da raccontare

Ogni volta che passo da Circular Quay mi fermo. Ogni volta che mi fermo a Circular Quay ci cammino avanti e indietro; all'inizio erano piccoli centri concentrici, ora sono cerchi allargati. Ho fatto il solco attorno al Sydney Opera House, ho toccato pappagalli al Royal Botanic Garden e ho curiosato all'interno del quartiere The Rocks, una delle cose più vecchie esistenti a Sydney, se escludiamo scogli e spiagge varie. Dopo un viaggio andata e ritorno sul traghetto per Manly, senza scendervi, scendo nuovamente al terminal di Circular Quay, con tutta una giornata davanti. Con un tempo che promette pioggia e intanto manda avanti il vento, di tornare a casa proprio non se ne parla. Troppo invitante una Sydney ventosa e con quasi nessuno in giro. Stringo alle spalle lo zaino, afferro la mia fotocamera e indosso la faccia più curiosa che trovo.

Un passo dietro l'altro raggiungo l'Harbour Bridge, ci passo sotto e mi fermo sull'altro lato per spendere un po di giga in fotografie. Percorro tutta la camminata, curiosando in deviazioni improvvise, entrando in locali solo per vedere come sono fatti, raccolgo biglietti da visita, scatto ancora, cammino ancora. La stanchezza ha deciso che con me non attacca, per cui se ne va ad affliggere qualche turista appena sbarcato o qualche ragazza capricciosa poco più in la. Arrivo nel quartiere The Rocks, praticamente l'unico che possa permettersi un qualche accenno di storia, vantandosi di essere il primo approdo dei primi Sydneysiders. Faccio lo stesso giro più volte, scoprendo ogni volta un nuovo pub o ristorante. Dopo la lettura di diversi menù esposti e diversi calcoli aritmetici mentali di fronte ai prezzi, rido in faccia ad una pasta alla bolognese a soli 25 dollari, giro l'angolo e mi butto dentro all'ingresso più stretto che riesco a trovare. Il locale ha due piani, mi viene lasciata la scelta per cui ringrazio e salgo le scale. Quasi interamente coperto di legno, il posto si presenta molto confortevole e caldo.

Vengo accolto e fatto accomodare da una cameriera koreana che nel giro di tre minuti e 24 secondi mi scarica in mano tre quarti di vita con contorno di una sequela di domande. Rispondo, sorrido, ringrazio e poi, puntando tutto sul linguaggio corporeo, cercando di far passare il messaggio, tuffo la faccia prima nei miei appunti, poi nel cellulare, poi nella guida e infine direttamente nello zaino, lasciando un biglietto sul tavolo con scritto: piatto del giorno, grazie. Il messaggio misteriosamente non passa, mi arriva l'ultimo quarto di vita vissuta e la richiesta di un pezzo della mia. Rispondo, ringrazio, sorrido un pò meno. Mentre mi arrampico su tre piani di hamburger, Miss Chiacchiera dell'Anno mi informa della fine del suo turno, si avvicina e mi saluta con una combinazione di strette di mano alla rapper-da-una-vita che non comprendo fino in fondo, specialmente mentre cerco di non far cadere otto chili di carne su una felpa bianca. Cambio della guardia, la nuova arrivata si dimostra molto più discreta. Io e il mio manzo siamo finalmente soli. Mi piace rintanarmi da qualche parte a scrivere quando fuori tira vento e/o piove. Cerco un angolo in cui piova fuori e sia caldo dentro, un caffè sulla scrivania, una storia da scrivere, una finestra attraverso cui immaginarla e ovviamente, una scrivania.

La mattina dopo la sveglia mi trova già sveglio. Programma della giornata: presentarsi carico di facce oneste al colloquio per un posto da "delivery pizza", farsi prendere, chiamare l'altro lavoro e dire che non mi interessa più. Tutti e tre i punti filano via lisci, per cui da ora sono ufficialmente un Driver. Paga migliore e soprattutto, niente cravatta. In compenso, tra il traffico al contrario e scooter scassati, rischio di perdere il controllo alla prima distrazione, finendo dritto in mare con scooter, trenta pizze e una quantità spropositata di imprecazioni. Già immagino la squadra di soccorso seguire la scia di margherite varie per trovarmi impigliato in qualche scoglio. Collegatevi a tutte le webcam di Bondi Beach per rimanere aggiornati. Ottenuto il lavoro, mi rimane da procurarmi un paio di pantaloni neri, richiesti dal datore. Dopo altrettante imprecazioni spese vagando a vuoto nel centro commerciale, trovo quello che cerco e finalmente mi infilo dentro l'ascensore per andarmene. Come coinquilini in quei 2 metri quadrati, mi trovo due distinte signore e un anziano che ha deciso di spendere i suoi ultimi trenta secondi scendendo i tre piani di uno shopping center. L'ambiente e l'atmosfera è quella tipica di tutti gli ascensori: silenzio praticamente d'oltretomba, sguardi o al suolo o al soffitto, pensieri concentrati sulla porta e decisamente troppi odori.

All'improvviso, mi sorprendo ad osservare la goccia di muco in bilico sul naso di Tutankhamen. Quasi mi aspetto di vederla cadere quando il personaggio decide di sorprendere tutti con un atto da cronaca nera. A volte mi chiedo se la qualsiasi cosa che esiste lassù ci provi gusto a mettermi davanti a situazioni impensabili, sta di fatto che quanto segue mi mancava decisamente dal repertorio di cazzate che ho fatto e visto. Sono li che scruto scientificamente la famosa goccia, il silenzio è dei migliori, quando improvvisamente l'anziano in questione decide di dare fiato alle trombe. La riga precedente altro non è che un'allegoria per intendere che la mummia vivente si scioglie in una delle più sonore, melodicamente varie e cremose scorreggie dalla creazione delle uova al bacon. In particolare, mi sorprende la lunghezza della prestazione e in un certo senso, non posso fare a meno di ammirarla.

Per il resto, l'esperienza si colloca direttamente tra le peggiori in assoluto, proiettandomi nella mente lande sterili coperte di resti umani. In quelli che sembrano tre minuti abbondanti, vedo letteralmente l'anima della distinta signora alla mia destra levare le tende e lasciarsi dietro un corpo esanime, mentre quella alla mia sinistra, come per trovare scampo in prati lontani, gira la faccia contro la parete dell'ascensore, producendosi in una smorfia che nemmeno Slot riuscirebbe a riprodurre. D'istinto guardo in alto, frugando con gli occhi alla ricerca della botola sul soffitto che c'è in tutti i film d'azione. Ovviamente zero. Preferivo una morte veloce precipitando nel vuoto, piuttosto che soffrire per le esalazioni sicuramente in arrivo, al gusto di una vita con troppe uova, troppa salsa bbq e decisamente troppe supposte. Fortunatamente si aprono le porte, seguite dalla replica esatta della carica degli gnu vista nel Re Leone. Mi ritrovo vivo e sghignazzante al piano del K-Mart, una specie di supermercato di abbigliamento e accessori vari. In tutto questo chiedo ad una commessa se hanno una giacca anti-pioggia, al che, guardandomi come si guarda un bambino indossare gli abiti della mamma, mi risponde che "no, perche l'estate sta arrivando".

Nota mentale: alla prima pioggia estiva, piombare in tenuta da sociopatico esattamente alle spalle di questa commessa. Fuori il cielo è sereno e c'è il sole. Butta male. A Sydney se piove non preoccupatevi, perchè presto smetterà; se c'è il sole non fate progetti, molto presto pioverà. Con questa filosofia in testa infilo le mani in tasca e valuto il da farsi in una delle probabilmente ultime giornate completamente libere. Per lo meno prima di arenarmi con lo scooter al largo. Cosa mai tentata prima d'ora. Alzo gli occhi e vedo nuvole all'orizzonte. Perfetto. Nello zaino sento il peso della guida Lonely Planet e della mia agenda. Mi dirigo sicuro verso "la mia" caffetteria, a pochi passi da dove sono ora. C'è un cappuccino gigante da sorseggiare, una finestra da cui guardare, un tavolo su cui scrivere e ovviamente, una storia da raccontare.

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